SMART WORKING: ISTRUZIONI PER L’USO

Tante le attese, ma anche le insidie che spesso vengono sottovalutate: non tutti i lavoratori hanno l’attitudine a gestire il proprio tempo, condizione indispensabile per poter lavorare da casa. Però possono apprenderla, come insegna un libro di Umberto Santucci

30/03/2018
👤Autore: Giacomo Corvi Review numero: 52 Pagina: 42
Si fa presto a dire smart working. Fenomeno nuovo, così in voga nel mondo del lavoro ai tempi della società liquida. Racchiude in sé, per molti, le magnifiche sorti e progressive di quella che finora era stata la classica scrivania da ufficio. E che in futuro potrà essere sostituita da un più semplice tablet.
Per parecchi è un sogno: la possibilità di lavorare dovunque si voglia, da casa o da una spiaggia assolata, senza l’impietoso controllo di un supervisore e, soprattutto, con la facoltà di gestire autonomamente il proprio tempo. Eppure, come spesso accade, non sempre è oro tutto quello che luccica. Dietro la novità si possono infatti nascondere insidie difficili da superare. E allora tanto vale farsi trovare preparati.
Un aiuto, in questa direzione, arriva dal volume 12 passi per fare smart working. Diventando un vero smart worker, a cura di Umberto Santucci e pubblicato recentemente da Franco Angeli. Leggero, ma allo stesso tempo molto esaustivo, il libro offre una panoramica generale sul fenomeno e fornisce consigli utili per chiunque desiderasse imboccare questa nuova strada. Con la consapevolezza che, come spiega Santucci a Insurance Review, “non basta lavorare da casa per essere uno smart worker”.

UNA STRADA OBBLIGATA

Secondo Santucci, quella dello smart working è quasi una strada obbligata. Certo, non tutte le mansioni potranno mai essere svolte da remoto. Tuttavia, accanto a lavori manuali e relazionali che necessiteranno sempre di spazi e strutture apposite, si stanno sviluppando occupazioni di concetto che potranno in futuro liberarsi dal giogo dell’ufficio. “È inevitabile che si vada in questa direzione: oggi gran parte del lavoro riguarda l’informazione e non necessita di quelle grandi apparecchiature che prima potevamo trovare solo in ufficio”, osserva Santucci.
In questo contesto, la tecnologia ha ricoperto (e sta ricoprendo) un ruolo fondamentale. Se prima, tanto per citare un caso, le comunicazioni in tempo reale potevano avvenire soltanto per telefono, magari attraverso costose linee dedicate, oggi basta una connessione a Internet per accedere a Skype e comunicare con chi si vuole in tutto il mondo.

FRA VIZI E VIRTÙ

Se lo smart working pare destinato a un ulteriore sviluppo, è perché porta con sé tutta una serie di chiari benefici per il lavoratore, l’impresa e la società nel suo complesso. Alla base di tutto, secondo Santucci, c’è la gestione del tempo. “Lavorare da casa consente di evitare gli inutili tragitti casa-ufficio, con ripercussioni positive in termini di traffico e inquinamento”, osserva Santucci. Altro fronte caldo è poi quello del work-life balance, ennesimo concetto alla moda in un’epoca di trasformazione del classico rapporto fra individuo e lavoro. “Conferendo ai lavoratori il tempo necessario da dedicare al proprio sviluppo personale – spiega Santucci – si migliora lo stile di vita dei dipendenti e, così facendo, si hanno collaboratori più felici e più produttivi”.
Facile a dirsi, più difficile da mettere in pratica. Perché non sempre ogni lavoratore ha le capacità necessarie per gestire il proprio tempo. Ed è allora che, secondo Santucci, si innesta la necessità di un cambio di paradigma.  


 
UN NUOVO MODO DI LAVORARE

Il cittadino moderno è abituato a essere dipendente. Lo impara già a scuola, venendo inserito in uno schema in cui uno controlla e gli altri eseguono gli ordini. In questo contesto, non stupisce che l’impatto con lo smart working possa essere difficile per una generazione abituata a sentirsi addosso gli occhi di un supervisore. 
Lo smart worker, per essere tale, deve pertanto apprendere delle competenze che non gli sono mai state insegnate. E, così facendo, deve operare uno slittamento del paradigma tradizionale di rapporto di lavoro dipendente: dal cartellino al termine di consegna, dal controllo di processo a uno di risultato, dagli ordini al project management e al problem solving. Un passaggio non facile, ammette Santucci, che, tuttavia, può essere realizzato anche in maniera graduale. “Possiamo pensare a una fase iniziale in cui soltanto una quota di tempo viene destinata al lavoro da casa, per poi aumentare progressivamente fino a trovare il bilanciamento ottimale”, consiglia Santucci.

ESSERE SMART WORKER

Non esistono ricette già scritte per diventare smart worker: ogni situazione presenta peculiarità che, come tali, devono essere analizzate e affrontate per superare eventuali difficoltà. Problemi anche banali, come la diffusa percezione, così radicata nel nostro tessuto sociale, che per lavorare bisogna per forza essere in un ufficio. “Sono pregiudizi che vanno superati – spiega Santucci – per offrire alla persona la giusta serenità da dedicare al proprio lavoro”.
Insomma, non ci si improvvisa smart worker. Un salto come questo deve essere accompagnato da analisi e riflessioni, da un continuo lavoro di apprendimento che possa consentire davvero di passare dalla scrivania al tablet. Magari anche con l’aiuto di un buon libro.

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