RENDITE E MORTALITÀ: LUNGA VITA AI PENSIONATI

In Italia i percettori di rendita sono più longevi della media della popolazione. Una tendenza che dovrebbe confermarsi anche per i prossimi trent'anni. Tutti i dati più salienti tratti da uno studio realizzato dall'Ordine degli attuari, in vista di un welfare integrato e allargato

27/02/2017
👤Autore: Laura Servidio Review numero: 41 Pagina: 42 - 45
La speranza di vita, a 65 anni, è maggiore per chi percepisce una pensione, rispetto alla media generale degli italiani. Negli ultimi dieci anni osservati, fino al 2011, l’attesa di vita dei pensionati sessantacinquenni è passata, mediamente nei vari settori, da 17/20 anni a 18/21 anni, per gli uomini, e da 20/23 anni a 22/25 anni, per le donne. 
Significa una vita media, per il sesso maschile, di 83/86 anni, e di 87/90 anni, per quello femminile, che è destinata ad allungarsi da qui al 2045: secondo le proiezioni attuariali, a quella data, i pensionati uomini vivranno mediamente 88 anni e le donne arriveranno a 92. In entrambi i casi, circa un anno in più rispetto alla media generale della popolazione. 
Un dato che vale tanto per i dipendenti pubblici quanto per quelli privati, tanto per gli autonomi quanto per i professionisti, come indica lo studio, La mortalità dei percettori di rendita in Italia, realizzato dall’Ordine degli attuari, con il coinvolgimento dei principali enti erogatori di rendite (tra cui Inps e Inail), alcune associazioni di categoria e l’occhio vigile degli istituti di vigilanza. L’indagine, che ha preso in esame 15 milioni di dati, di cui 10 milioni riferiti alle pensioni di vecchiaia e il resto a indennità di invalidità e superstiti, mira a dare una risposta al bisogno di welfare integrato e allargato attraverso un piano strutturale per l’intero Paese.





I PIÙ RESISTENTI

Guardando alle pensioni di vecchiaia, nei dieci anni osservati fino al 2011, la mortalità dei percettori di questo tipo di rendita è risultata, per gli uomini e in modo più marcato per le donne, inferiore a quella della popolazione generale, con punte rispettivamente del 20-25%, nelle età prossime al pensionamento e con tassi più bassi se il calcolo è in funzione dell’importo delle rendite, piuttosto che del numero. 
La minore mortalità rispetto alla popolazione generale coinvolge, con intensità diverse, tutte le collettività analizzate: dipendenti pubblici e privati, lavoratori autonomi e del settore dello spettacolo e dello sport, avvocati, medici, ragionieri e periti commerciali, agenti e rappresentanti di commercio. 
Nello specifico, i collettivi Inps registrano durate di vita in aumento nel periodo, maggiori della popolazione, seppur con qualche segnale di riduzione del ritmo di crescita. Ma, se è vero che i dipendenti pubblici mostrano la durata maggiore (nel 2012: 20,3 anni), lo è altrettanto il fatto che i valori sono più elevati per tutti i collettivi (+15,9%) quando questa viene calcolata in base agli importi delle rendite, e non al numero. 
Anche gli altri gruppi mostrano durate di vita crescenti nel periodo e maggiori della popolazione generale (soprattutto medici, 20,6%, e avvocati, 20,1%); così come le percettrici, che hanno una vita più longeva della popolazione, in particolare le dipendenti pubbliche (+8,7% nel 2012). 
Il numero delle rendite è equidistribuito tra i sessi, ma le somme erogate ai percettori maschi sono i due terzi (20.100 euro è l’importo medio, per gli uomini, 11.300 è quello per le donne). Riguardo alle classi di importo, le rendite fino a 600 euro sono più della metà delle pensioni erogate alle percettrici. La classe maggiore (più di 1.800 euro) rappresenta quasi un quarto di quelle erogate ai maschi e meno del 10% di quelle destinate al gentil sesso. La selezione è significativa per le età iniziali e più marcata per le donne, anche se, per gli uomini, si ha un maggiore effetto dell’importo della rendita. 





I MENO LONGEVI

Situazione diversa sul fronte degli invalidi, la cui mortalità è maggiore di quella della popolazione generale, per entrambi i sessi. Il differenziale, nelle età iniziali, è più marcato per le femmine: 9-10 volte quella della popolazione, 6-7 volte per i maschi; viceversa, nelle età avanzate, la maggiore mortalità tende ad annullarsi: scende al 50%, a 70 anni, al 20% a 80, ed è praticamente nulla a 90. 
Per i soggetti che hanno subìto da due anni l’evento invalidante, la mortalità, nelle età iniziali, è molto più marcata: circa 20 volte quella della popolazione, quasi quattro volte quella degli altri invalidi. Anche riguardo ai superstiti, questa è più elevata della popolazione, specialmente nelle età iniziali e per il sesso maschile.


IL TREND DEI PROSSIMI 30 ANNI

Anche in prospettiva, la durata di vita dei percettori dovrebbe incrementarsi secondo trend analoghi alla crescita delle aspettative Istat sulla popolazione generale: nel lungo termine (2045), la maggiore speranza di vita dei pensionati, rispetto alla popolazione, è di 1-1,5 anni, per il sesso maschile, e meno di un anno, per il sesso femminile. Stesso dicasi per gli autonomi, i cui valori proiettati mostrano aspettative più elevate rispetto alla popolazione e ai dipendenti privati, pari a 1-1,5 anni, sia per i maschi che per le femmine. Infine, a livello totale (dipendenti privati e autonomi), i percettori hanno livelli di durata di vita attesa intermedi rispetto alle singole collettività, con un maggior peso dei dipendenti privati.
Tuttavia, mentre il modello Lc (Lee-Carter) prevede, per la popolazione maschile, un incremento costante della durata di vita fino a circa 23 anni, nel 2045, il modello Rh (Renshaw-Haberman) fa convergere i collettivi su valori più alti (23,5). Sull’universo femminile, il modello Lc prevede che la durata di vita raggiunga circa 27 anni, nel 2045, il modello Rh prevede valori leggermente più bassi per le dipendenti private.
Lo studio mostra un lieve ridimensionamento del ritmo di crescita delle aspettative di vita, in coerenza con i segnali di rallentamento registrati negli ultimi anni, anche dalla popolazione generale: rispetto all’ultimo studio del 2012, la speranza di vita a 65, al 2040, passa da 22,5 a 22,4 (per i maschi) e da 26,6 a 26,3 (per le femmine).





I DATI CONCLUSIVI

Riepilogando, la durata di vita dei pensionati continua a crescere: nel 2011 ha raggiunto, a 65 anni, 19,9 anni (per gli uomini) e 23,2 (per le donne). Rispetto alla popolazione generale (rispettivamente 18,3 e 21,8), la maggiore longevità è bilanciata dalla minore durata di vita di superstiti e, soprattutto, invalidi.
A vivere di più sono i medici (anche per il sesso femminile), seguiti dai dipendenti pubblici e dagli avvocati, e gli autonomi, che risultano più longevi rispetto ai dipendenti privati.
Gli invalidi presentano una significativa sovramortalità rispetto alla popolazione, soprattutto nelle donne (fino a 10 volte quella della popolazione) e nei primi anni dopo l’evento invalidante, mentre il fenomeno diminuisce al crescere dell’età.
La durata di vita analizzata in base all’importo delle pensioni è maggiore di quella calcolata sul numero delle stesse: a rendite più alte, si vive più più a lungo.
Infine, nel prossimo trentennio, secondo le stime, l’attesa di vita continuerà a crescere e a restare più elevata di quella della popolazione, raggiungendo, nel 2045, 23-23,5 anni per gli uomini (22 anni è la stima Istat per la popolazione generale), e quasi 27 anni per le donne (26 anni è il dato previsto dall’Istat per il resto degli italiani).


OGGI E DOMANI

• Negli ultimi dieci anni osservati fino al 2011, guardando alle pensioni di vecchiaia (sia per gli uomini e in modo più marcato per le donne), la mortalità dei percettori di rendita è risultata inferiore rispetto a quella della popolazione, nelle età prossime al pensionamento, in particolare in base all’importo delle pensioni piuttosto che in funzione del numero.

• La minore mortalità ha riguardato, con intensità diverse, tutte le collettività analizzate, seppur con una lieve riduzione del ritmo di crescita, anche se vi è una maggiore durata residua di vita per i medici, seguiti dai dipendenti pubblici e dagli avvocati.

• Guardando alle pensioni di invalidità, la mortalità (sia per gli uomini SIA per le donne) è molto più elevata di quella della popolazione generale, in particolare per le donne e nei primi due anni da quando si è colpiti dall’invalidità.

• In riferimento alle pensioni ai superstiti, la mortalità maschile e femminile è più elevata di quella della popolazione generale (più marcata per i primi).

• Nel 2045, considerando dipendenti privati e autonomi insieme, l’attesa di vita maschile è tra gli 88 e gli 88,5 anni di età e quella femminile di 92 anni.

• Si rileva (sempre al 2045) la tendenza a una maggior longevità dei lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti privati.

• Nel confronto con lo studio precedente, vi è un ridimensionamento delle proiezioni, dato dal rallentamento della longevità.

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