I RISCHI DI NON RISCHIARE

Evitare di garantire coperture, senza essere sufficientemente trasparenti verso il cittadino, implica conseguenze che minano la reputazione delle compagnie e le fondamenta dell’essere assicuratori

I RISCHI DI NON RISCHIARE
In questi mesi stiamo ricevendo diverse richieste di chiarimento da parte di consumatori che rilevano difformità tra quel che ricevono dalle previdenze pubbliche e private e quanto si immaginavano di avere. In particolare, le lamentele verso la previdenza pubblica riguardano le carenze informative, e quelle verso le previdenze complementari e private la diminuzione dei rischi assicurati.
 
Sul versante delle previdenze pubbliche, il tema riguarda la mancanza di informazione sul funzionamento delle riforme pensionistiche, non tanto in sé, quanto verso l’utente. Ci è capitato spesso, ultimamente, di essere contattati da lavoratori che andavano al patronato per avere le ultime stime sull’importo di una pensione imminente: si sentivano dire che l’importo era troppo esiguo per garantirsi il diritto alla pensione, e che dunque bisognava lavorare ancora per cinque anni. Il motivo è in quei moltiplicatori dell’assegno sociale, 1,5x e 2,8x, che costituiscono un nuovo requisito pensionistico e che impediscono di fatto a molti lavoratori, in specie autonomi, di andare in pensione perché hanno versato poco o per troppo poco tempo. Il problema non è nel provvedimento, che vuole evitare che si vada in pensione per poi richiedere ulteriori assistenze pubbliche: quel che si richiedeva era di spiegare cose tanto importanti per tempo, e in maniera comprensibile.


LE MANCANZE DELLE COMPAGNIE

Un’altra area di insofferenza riguarda i comportamenti delle compagnie, in riferimento alle polizze vita. Qui, le lamentele sono diverse: in primis, riguardano le polizze di rendita vitalizia che giungono a scadenza. È noto che le assicurazioni non hanno beneficio a pagare rendite vitalizie, in base a coefficienti oggi insostenibili, e dunque privilegiano l’erogazione diretta di capitali caso vita in luogo di rendite. Tuttavia, i consumatori lamentano di dover faticare dopo decenni di premio pagato per avere la prestazione nella forma iniziale pattuita. Altri utenti ci chiedono pareri sulle proposte di nuove rendite a partecipazione degli utili, che non garantiscono più che tali rendite vengano rivalutate. 
C’è poi una seconda area di richieste, formulata da genitori che si preoccupano della futura protezione di figli inabili. Le assicurazioni che coprono questo rischio, infatti, appaiono carenti nella tutela forte di soggetti tanto deboli. 


I DANNI DELLE POLIZZE CHE NON ASSICURANO

Tutto questo porta ad alcune riflessioni: la prima investe lo stesso concetto di assicurazione, che si basa sul trasferimento dei rischi da un individuo debole a una collettività forte. Se le imprese scelgono di stemperare le garanzie di sicurezza delle polizze senza che questo sia evidente al consumatore, il prezzo che si paga è duplice: da un lato, infatti, si venderanno in prevalenza polizze che non assicurano, privando la collettività di quella mutualità che costituisce una delle modalità più moderne per difendersi dalle avversità; dall’altro, molti sceglieranno di investire direttamente in strumenti finanziari, quali i piani di investimento a lungo termine che vorrebbero sostituire i piani di previdenza nelle scelte dei consumatori. 

Il vero rischio di non rischiare è, tuttavia, reputazionale: un mercato che restituisce i rischi ai consumatori si comporta esattamente allo stesso modo di uno stato sociale che riduce le sicurezze e i diritti, e che scarica sul cittadino le variabilità dei mercati e della demografia, privandolo di sicurezze contrattuali.
Abbiamo spesso ragionato sui distributori, e sulla loro mancanza di sincronia con i bisogni degli utenti. Il tema però riguarda tutti, e impone dunque una riflessione su cosa si produce, e sul perché assicurarsi è utile, anche per i consumatori. Se i vincoli di sostenibilità sono troppo forti, discutiamo di quelli; se le normative impediscono lo sviluppo di attività profittevoli, parliamone. Ma le assicurazioni che non assicurano non sono il futuro di un mercato che, in Italia, esiste da più di duecento anni. 

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