OGNI PROMESSA È DEBITO (PUBBLICO)

Aumento delle pensioni minime, assegni di garanzia, sostegno alla natalità. E poi ancora: rei, red e reddito di cittadinanza. Il sistema previdenziale è stato al centro dell’ultima campagna elettorale. Tante proposte, ma quante superano la sfida dei numeri? La risposta nelle stime di Alberto Brambilla di itinerari previdenziali

31/05/2018
👤Autore: Giacomo Corvi Review numero: 54 Pagina: 60
“Sarà fatta attenzione su eventuali cambiamenti delle riforme strutturali del mercato del lavoro e delle pensioni: una modifica della legge Fornero, che ha migliorato la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico italiano, avrebbe riflessi negativi sul rating dato che l’Italia spende già il 16% del Pil per le pensioni”. Scriveva così l’agenzia di rating Moody’s, all’indomani del voto del 4 marzo, nel commentare la situazione politica dell’Italia. Un monito in piena regola, visto che l’agenzia statunitense aveva confermato lo scorso ottobre il rating di Baa2 con outlook negativo per il nostro Paese: praticamente, poco sopra al livello spazzatura.
Ancora più in là, appena una settimana dopo, si era spinto il Fondo monetario internazionale (Fmi), che in un working paper (diffuso ma non rivendicato) aveva consigliato una cura dimagrante per il nostro sistema previdenziale: taglio delle pensioni calcolate con il metodo retributivo, riduzione della tredicesima, eliminazione della quattordicesima, revisione delle pensioni di reversibilità, aumento dell’aliquota contributiva per i lavoratori autonomi. Insomma, una cura lacrime e sangue.
Bastano questi due esempi per capire quanto alta sia l’attenzione degli organismi internazionali sulla tenuta del nostro sistema previdenziale. Un’allerta che si è innalzata in occasione dell’ultima campagna elettorale italiana. E soprattutto con le tante proposte di modifiche e ritocchi all’attuale assetto pensionistico.

PROMESSE DA MILIARDARI

Le pensioni sono state al centro di molte promesse dei partiti politici. Abolire la legge Fornero? Effettuare qualche modifica? Oppure lasciarla semplicemente così com’è? E perché non inserire qualche altra forma di sostegno? Domande a cui se ne somma adesso un’altra, forse la più importante ora che si è conclusa la campagna elettorale: queste promesse sono realizzabili? 
A mettere in fila la questione ci ha pensato Alberto Brambilla, nelle giornate del Salone del risparmio. Il presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali ha passato in rassegna le diverse proposte, definendo il possibile impatto che potrebbero avere sulle casse dello Stato. Ecco allora che l’aumento delle pensioni minime, oltre a gettare incognite sull’effettiva opportunità di versare i contributi, diventa una misura dal costo variabile fra 20 e 37 miliardi di euro. Le pensioni di garanzia per i futuri pensionati costerebbero a regime 8,45 miliardi di euro per ogni milione di assistiti, mentre un sostegno alla natalità da 400 euro al mese per ogni figlio fino al compimento dei sei anni di età avrebbe un impatto di 14,4 miliardi di euro. Promesse da miliardari, che purtroppo non siamo. “Ogni promessa è debito pubblico”, canta Lo Stato Sociale.

REI, RED E REDDITO DI CITTADINANZA

Discorso a parte per il Rei, acronimo dietro cui si nasconde il reddito di inclusione: la misura in questo caso è già stata approvata. A regime, secondo la proposta governativa, avrà un costo di 7 miliardi di euro nel prossimo triennio. Siccome però di promesse e sigle è piena la politica, la campagna elettorale ci ha regalato altre due proposte: il reddito di cittadinanza e il Red, ossia il reddito di dignità. Fare stime in questo caso risulta più complesso, perché entrambe le misure si basano su elementi variabili che difficilmente possono essere quantificati con largo anticipo. Qualche numero però c’è: il reddito di inclusione, per esempio, potrebbe costare 9,36 miliardi all’anno per ogni milione di famiglie assistite. Soldi a cui andrebbero poi aggiunte le spese necessarie a riformare e potenziare un sistema di collocamento che, al momento, non funziona.

UN BILANCIO SULLA FORNERO

L’enfasi sul sistema previdenziale registrato nell’ultima campagna elettorale, è convinto Brambilla, è dato soprattutto da fattori numerici. “In Italia ci sono 16 milioni di pensionati – ha osservato Brambilla – un altro milione spera di poter un giorno raggiungere la pensione: compresi i familiari, fanno un bacino elettorale di quasi 40 milioni di persone”.
Resta tuttavia un fatto: se si parla così tanto di pensione, forse la legge Fornero non è riuscita a risolvere tutti i problemi del sistema previdenziale. E se l’attenzione degli istituti internazionali è così alta, significa che l’assetto pensionistico resta fragile. “Dopo la riforma – ha osservato Brambilla – sono state realizzate otto salvaguardie che hanno consentito a 150mila lavoratori di andare in pensione”. Altri 45mila potranno usufruire dell’Ape social, altri ancora potrebbero beneficiare della novità sui cosiddetti lavori gravosi. “In tutto fanno più di 190mila persone che sono andate, o andranno, in pensione come se la legge Fornero non fosse mai stata approvata, con un costo di oltre 16 miliardi di euro”. Numeri che si sommano a un debito pubblico che continua a galoppare: nonostante si siano risparmiati 49,5 miliardi grazie al quantitative easing della Bce, negli ultimi cinque anni è cresciuto di 228 miliardi di euro.

QUALCHE MODIFICA POSSIBILE

Eppure, secondo Brambilla, lo spazio per qualche intervento c’è. Nessuna manovra risolutiva, ma correzioni da fare col cacciavite che, nelle intenzioni del presidente di Itinerari Previdenziali, consentirebbero di garantire una maggior serenità ai futuri pensionati. Della legge Fornero rimarrebbero gli stabilizzatori indicizzati all’aspettativa di vita per calcolare età pensionabile ed entità della pensione, giudicati indispensabili per garantire la sostenibilità del sistema. Alla base della proposta c’è il desiderio di offrire una maggiore flessibilità in uscita: ecco che allora Ape social e lavori gravosi finiscono in soffitta, sostituiti da un assetto che prevede l’accesso alla pensione con 64 anni di età e 36 anni di contributi o, in alternativa, con i soli 41,5 anni di contributi. “Nessun ritorno alla quota 100 per come l’abbiamo conosciuta”, ha assicurato Brambilla.
Misure che, anche in questo caso, avranno un costo ancora da quantificare. Solo il tempo potrà dire se pure queste proposte finiranno insieme alle altre promesse elettorali.

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