SOSTENIBILITÀ, IL MERCATO ITALIANO DELLE POLIZZE IBIPS

Con un’indagine PUBBLICATA IL MESE SCORSO, Ivass ha scandagliato i portafogli delle imprese alla ricerca dei prodotti sostenibili, presentati come Esg o aventi come sottostanti opzioni di investimento di quel tipo. Risultati positivi, seppur con criticità su vendita online e tramite le banche

SOSTENIBILITÀ, IL MERCATO ITALIANO DELLE POLIZZE IBIPS
Il cosiddetto “business sostenibile” delle compagnie assicurative italiane rappresenta una quota “piuttosto rilevante” del totale del mercato assicurativo in Italia. A dirlo è l’Ivass che ha realizzato un’indagine nel corso del 2023 sulle polizze Ibips che presentano caratteristiche di sostenibilità-Esg, e ne ha verificato anche la struttura e le modalità di presentazione al pubblico. L’istituto ha segnalato 106 polizze classificate come “sostenibili”, relative a oltre 1,1 milioni di contratti, per una raccolta premi di circa 48,8 miliardi di euro al 15 giugno 2023, data del termine del rilevamento.
Lo studio ha coinvolto 18 compagnie di assicurazione, tra le quali due estere. La scelta preliminare di Ivass è stata fatta sulla base del nome commerciale delle polizze che contenevano termini come verde, sostenibile, etico, responsabile, o i rispettivi omologhi inglesi, o l’acronimo Esg; sono stati presi in considerazione prodotti Ibips presentati come Esg o aventi come sottostanti opzioni di investimento con caratteristiche Esg. 

LA CLASSIFICAZIONE SFDR

È utile ricordare che il Regolamento Ue 2019/2088 (Sustainable finance disclosure regulation, Sfdr) richiede ai partecipanti ai mercati finanziari e agli operatori finanziari di fornire agli investitori finali specifiche informazioni sulle modalità attraverso cui i rischi di sostenibilità sono integrati nelle attività, nonché sulle caratteristiche e sugli obiettivi di sostenibilità dei prodotti. 
La classificazione di sostenibilità dei prodotti finanziari, inclusi quelli assicurativi, è articolata su tre livelli: ci sono quelli che “includono i rischi di sostenibilità nelle scelte di investimento”, denominati ex articolo 6 Sfdr; poi i cosiddetti light green, che “promuovono, tra le altre, caratteristiche ambientali o sociali nelle politiche di investimento”; e dark green, che “includono gli investimenti sostenibili come obiettivo della politica di investimento”.


© Sutthiphong Chandaeng - shutterstock

POLIZZE MULTIRAMO,  UNIT LINKED E RIVALUTABILI

Venendo al dettaglio dell’analisi, in relazione al catalogo delle polizze segnalate dalle imprese, Ivass evidenzia una prevalenza delle polizze multiramo, che rappresentano il 45% del campione, seguite dalle unit linked, 29%, e dalle polizze rivalutabili, 25%. Non risultano polizze nuove, cioè create ad hoc, quanto piuttosto inserimenti di asset Esg tra gli investimenti sottostanti alle polizze già in commercio: “solo in alcuni casi – precisa l’Ivass – le imprese hanno dichiarato espressamente che si tratta di un restyling”. 
Seguendo la classificazione Sfdr, il 92% delle polizze segnalate rientrano nel gruppo delle light green, la restante quota è relativa a polizze del primo gruppo, ossia che includono rischi di sostenibilità negli investimenti, mentre non sono state rilevate polizze dark green.
Per quanto riguarda l’asset allocation, le imprese hanno rivisto la propria esposizione agli investimenti delle polizze con l’obiettivo di inserire asset conformi alla normativa Esg, “prediligendo un’asset allocation basata principalmente su fondi esterni (Oirc)”, fa sapere il regolatore. 
In particolare, le polizze sono collegate a 3.141 fondi esterni, di cui 2.041 classificati light green e 197 dark green; 173 fondi interni, 72 light green, solo uno classificato dark green e ben 93 relativi al primo gruppo, cioè che includono i rischi di sostenibilità nelle scelte di investimento; 26 sono le gestioni separate, delle quali 13 classificate light green, sette come art. 6 Sfdr e sei non sono classificate. 

CRITICITÀ NELLA VENDITA ONLINE

Solo in “rari casi”, le compagnie hanno integrato le tematiche Esg all’interno della Pog. Tuttavia, le polizze, “in alcuni casi”, seppur classificate come light green, non si rivolgono a un target di clientela con preferenze di sostenibilità.
Anche le politiche distributive sono “sostanzialmente in linea con il nuovo quadro normativo”. Per cinque compagnie, l’adeguamento, all’epoca dell’analisi, era ancora in corso. Le compagnie hanno fornito alla propria rete indicazioni “in linea di massima ben strutturate e complete”, ma restano alcune questioni aperte. 
Tre compagnie consentono l’offerta ai clienti di polizze non completamente rispondenti alle preferenze di sostenibilità; mentre sono stati rilevati “possibili profili di attenzione” quando il processo di vendita è gestito interamente per via digitale, senza attività di consulenza: in un caso, ad esempio, il processo di vendita digitale prevede una particolare evidenza grafica per la scelta del prodotto sostenibile, ma, sottolinea l’Ivass, “in assenza di consulenza, il processo consente di andare avanti anche se viene selezionato un prodotto non green, senza che ciò dia luogo a un aggiornamento delle preferenze”.



BANCHE: UN CASO DI POTENZIALE GREENWASHING

Infine, quando la distribuzione è affidata a intermediari bancari, in alcuni casi i questionari adottati dalle banche non consentono di rilevare le preferenze di sostenibilità dei clienti: in un solo caso, rivela Ivass, è emerso un rischio di potenziale greenwashing per il tenore della domanda posta al cliente. 
Inoltre, dal momento che il processo è gestito interamente dalla banca, non è chiaro come ai fini della valutazione di adeguatezza della polizza siano prese in considerazione le preferenze di sostenibilità all’interno dell’algoritmo di profilazione: per esempio, non è possibile sapere come fa l’algoritmo a operare nel caso in cui, in assenza di polizze green nell’offerta, il cliente abbia espresso la propria preferenza verso polizze sostenibili.

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