RISCHI, DALLA CULTURA ALLE BUONE PRATICHE

L'editoriale di Maria Rosa Alaggio, dal numero di luglio-agosto 2018 di Insurance Review

09/07/2018
👤Autore: Maria Rosa Alaggio Numero Review: 56 Pagina: 3
Parlare di cultura del rischio può rivelarsi un esercizio filosofico che, pur basandosi su quantificazioni scientifiche di fenomeni che colpiscono il territorio, la popolazione e le aziende, non può che arrivare a una semplice conclusione, contenuta in un termine spesso abusato nel settore assicurativo: prevenzione. 
Dietro a numeri che registrano, su basi statistiche e accurate indagini, la gravità dell’impatto dei rischi, i danni causati e le conseguenze vissute da chi ne è stato colpito (o l’entità dei risarcimenti dovuti), si nasconde la fragilità umana. Una condizione che in tutte le vicende della nostra vita non può prescindere da quel “fattore x”, quell’incognita per cui sembra impossibile prevedere la dimensione di ciò che accadrà e il perimetro in cui circoscrivere un valore a cui far corrispondere la giusta capacità di evitare gli eventi. 
Ciò che l’uomo può fare è quindi partire dalla conoscenza, definire il quantificabile e ipotizzare l’imprevedibile per scegliere come comportarsi e quali azioni adottare, singolarmente e in condivisione con chi gli sta vicino, in gruppo o tra diverse funzioni aziendali, trasformando ciò che conosce, compresi i rischi che corre o che potrebbe correre, in “buone pratiche”. 
La conoscenza non basta, quindi, ma è base indispensabile per passare dalla teoria alla pratica, dagli scenari di rischio alle misure per rendersi “resilienti”.  
Gli imprenditori, anche grazie al naturale passaggio generazionale, sembrano oggi più consapevoli e propensi a migliorare la cultura del risk management in azienda. Anche perché la valutazione dell’impresa da parte delle banche non utilizza più come unico parametro di riferimento il rischio di credito, ma richiede un’ampia gamma di indicatori della condizione dell’azienda, imponendo alla singola realtà una maggiore attenzione alla gestione del rischio. 
Tuttavia, resta ancora scarsa la risposta delle aziende per esempio verso il rischio ambientale, uno dei più pervasivi e trasversali ai vari settori merceologici, in cui anche l’obbligo a rispettare stringenti normative non sembra produrre adeguati interventi. Il cyber crime, inoltre, un fenomeno che si sta sviluppando a livello virtuale così come sul territorio risultano devastanti terremoti e alluvioni, non riesce ancora a generare un virtuoso rapporto tra consapevolezza e azione. Secondo il Rapporto Clusit 2018, anche se la conoscenza del cyber risk è in costante aumento, il 47% delle imprese spende saltuariamente in sicurezza informatica e circa il 30% delle aziende italiane dedica alla cyber security meno dell’1% del budget totale. 
E questa situazione riguarda sia il mondo virtuale, sia il territorio in cui viviamo: se è impossibile stabilire dove, quando e con quale magnitudo avverrà il prossimo evento sismico, non possiamo dunque fare altro che agire per arginarne le conseguenze, intervenendo sull’opera dell’uomo, rafforzando gli edifici o tutelandoci con una polizza assicurativa. Ma, come rivela l’Ania, appena il 2% delle abitazioni risulta coperto da una polizza contro i terremoti.
In questo scenario, l’anello di congiunzione tra “conoscenza” e “buona pratica” sembra ancora un concetto astratto, che impone alle rappresentanze delle aziende, intermediari, periti e compagnie di ricercare insieme nuove formule per informare cittadini e aziende affinché si riesca a diffondere, a livello di sistema, la consapevolezza del rischio e l’urgenza di adeguate iniziative di prevenzione. Ma nella costruzione di questa catena, il settore assicurativo non può non farsi trovare pronto con un’offerta chiara (per chi la distribuisce e per chi la sottoscrive) e che sappia incontrare anche esigenze di sicurezza più ampie e specifiche rispetto al passato. 

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