LA FIDUCIA È LA BASE PER L’INNOVAZIONE

Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve partire dal presupposto che fidarsi gli uni degli altri, persone, istituzioni e imprese, è un elemento indispensabile per favorire il progresso di una tecnologia così complessa e mantenere al centro la relazione umana. Ne è convinta Felicia Pelagalli, founder e ceo di Culture, secondo cui serve, inoltre, una visione d’insieme all’interno della quale i dati non siano solo una risorsa della singola azienda, ma diventino un elemento che contribuisce al bene comune

LA FIDUCIA È LA BASE PER L’INNOVAZIONE
L’intelligenza artificiale è ormai praticamente inscindibile da qualsiasi approccio legato all’innovazione, in qualsiasi campo. Il suo sviluppo, secondo Bill Gates, è il progresso tecnologico più importante degli ultimi decenni, “fondamentale – ha scritto sul suo blog – quanto la creazione del microprocessore, del personal computer, di Internet e del telefono cellulare. Cambierà il modo in cui le persone lavorano, imparano, viaggiano, ottengono assistenza sanitaria e comunicano tra loro”. 
Tuttavia, se da un lato gli sviluppi dell’AI offrono opportunità senza precedenti, dall’altro sollevano preoccupazioni sul futuro del lavoro umano e sull’impatto sulla società e sui diritti delle persone. Non a caso ogni annuncio legato ai nuovi sviluppi dell’intelligenza artificiale spesso accende atteggiamenti da tifoseria: da un lato un’esaltazione quasi euforica, dall’altro coloro che vedono scenari apocalittici. Questo perché, se è vero che l’AI può migliorare l’accesso all’informazione e ai servizi, può anche essere utilizzata per la sorveglianza, la censura e la discriminazione: è dunque essenziale che vengano stabiliti quadri normativi ed etici per garantire che l’IA sia utilizzata in modo responsabile e rispettoso dei diritti fondamentali.
La parola chiave per interpretare il ruolo dell’intelligenza artificiale nel percorso di innovazione che sta affrontando in questo momento l’umanità è: fiducia. Ne è convinta Felicia Pelagalli, founder & ceo di Culture e docente di Etica e interpretazione del dato complesso nel Master Big data dell’Università Sapienza di Roma. 
Nel saper disegnare il futuro e nella capacità dell’umanità di reagire alle sfide di ogni epoca, spiega Pelagalli, “la fiducia è l’elemento più importante perché rappresenta il supporto sulla base del quale è possibile costruire l’innovazione. A volte può sembrare un concetto astratto, un qualcosa che diamo per scontato, di cui ci accorgiamo solo quando si incrina. Ma senza fiducia, tanto nei confronti delle persone quanto delle imprese, è difficile che parta un percorso di evoluzione: l’innovazione è un processo di cambiamento, e il requisito di partenza è proprio che ci si possa fidare gli uni degli altri”. 

IL PERCORSO DELL’AI ACT EUROPEO

Non a caso, osserva Pelagalli, anche la Commissione Europea, nel redigere l’AI Act (cioè la proposta di regolamentazione che andrà a normare l’intelligenza artificiale a livello comunitario) è partita proprio dal concetto di fiducia, affermando che l’intelligenza artificiale deve essere fondata sui valori umani, e pertanto deve essere responsabile e trasparente. La trasparenza, in particolare, riguarda i meccanismi che regolano il sistema di intelligenza artificiale e soprattutto le fonti dei dati che vanno ad alimentarla. “Quello della trasparenza – prosegue – è un aspetto molto importante, soprattutto per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa come ChatGpt: significa rendere noto tutto il materiale sulla base del quale è stata allenata l’intelligenza artificiale, quindi tutti i dati e i testi, ma anche, come accade nel caso dell’AI open source, i pesi e i parametri usati”. 

IN COSA L’AI PUÒ ESSERE PIÙ DI AIUTO

Fissare regole chiare, precise e condivise è un presupposto fondamentale affinché l’intelligenza artificiale possa essere in grado di rispondere alle sfide più complesse per l’umanità. Le possibilità di applicazione sono potenzialmente enormi. Secondo Pelagalli, l’ambito della salute è tra quelli prioritari, ma anche l’industry dei servizi finanziari, banche e assicurazioni, sono a buon punto nell’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, e questo perché, rispetto ad altri settori, sono già abituate ad avere una grande mole di dati e ad analizzarli, osservando le serie storiche e monitorando il comportamento degli assicurati.
“L’intelligenza artificiale – osserva – può rispondere a delle esigenze proprie del settore, e quindi, nel caso dell’assicurazione, può segmentare i pubblici di riferimento e prevedere comportamenti a rischio, correlando i premi di ciascun cliente in base ai comportamenti individuali”. In questo l’utilizzo dei big data rappresenta un’opportunità enorme: “parliamo di dati vari, veloci e grandi, provenienti da fonti anche molto diverse, per cui anche comportamenti apparentemente molto lontani dall’oggetto di indagine possono restituire informazioni molto interessanti se correlati all’insieme allenando gli algoritmi di machine learning in grado di segmentare la clientela”.

AL CENTRO C’È LA RELAZIONE

Tra i timori di coloro che guardano all’intelligenza artificiale con preoccupazione c’è il fatto che la sua applicazione su vasta scala farà scomparire molti lavori. Secondo Pelagalli si tratta di timori dal sapore fantascientifico. “Non credo – afferma – a questa narrativa. L’umano non scomparirà. Anzi, credo che la componente umana sarà sempre più strettamente correlata alla relazione. È molto importante non perdere mai di vista questa prospettiva. A volte ce ne dimentichiamo a causa delle parole che utilizziamo. Ad esempio quando usiamo l’espressione ‘da remoto’, per una visita medica a distanza, si può avere un’impressione di lontananza, quasi fosse una cosa negativa. Ma il digitale, in realtà, può moltiplicare le occasioni di relazione, invece di ridurle. Al centro, voglio ribadirlo, ci deve essere sempre la relazione”. 
Pelagalli ammette tuttavia che l’AI porterà alla scomparsa di alcuni lavori, “ma è ormai opinione comune nella comunità scientifica che a essere sostituiti saranno prevalentemente alcuni lavori ripetitivi, che possono essere facilmente automatizzati. Si tratta ovviamente di fare reskilling per ricalibrare le competenze delle persone che svolgono mansioni che diventano obsolete. Il lavoro non sparirà: sarà solo trasformato”. 

IL CONTRIBUTO DEI DATI AL BENE COMUNE

L’approccio di Pelagalli vede nello sviluppo tecnologico, basato sulla fiducia e attento a mantenere al centro la relazione umana, un importante ruolo giocato dai dati, nella misura in cui essi non restano relegati al solo scopo di fare business, ma vengono messi a disposizione del bene comune. “Bisogna smettere di guardare ognuno solo al proprio settore – spiega – e pensare a come il proprio settore e la propria azienda possa incidere sul sistema Paese e sul sistema Europa nel suo complesso”. Pelagalli riporta la propria esperienza personale come componente di un gruppo di esperti nominati dalla Commissione Ue per ripensare alla elaborazione delle statistiche ufficiali. Storicamente i dati sono stati raccolti attraverso sondaggi, oppure prendendoli direttamente dai registri amministrativi. Ora l’Ue punta ad accedere a fonti nuove come il web e i social media, ma guarda anche ai dati che le aziende possiedono: “una rivoluzione copernicana”, la definisce Pelagalli. 
Questo gruppo di esperti ha cercato di individuare quali regole darsi e quali incentivi offrire per fare in modo che le aziende private aprano una parte dei propri dati, ovviamente in forma anonimizzata e con tutti i criteri di privacy e sicurezza. “Questa è la direzione che la Commissione Ue sta proponendo. Ovviamente – ammette Pelagalli – sappiamo che si va a toccare un tasto sensibile per le aziende, perché chiaramente il proprio patrimonio di dati è un po’ come una cassaforte. Il messaggio che si vuole far passare è che questi dati sono necessari per contribuire al bene comune: in questo caso specifico, quello delle statistiche ufficiali. Significa avere informazioni accurate e tempestive che possano aiutare i decisori politici o governativi a prendere decisioni migliori, e quindi a dare un forte contributo al miglioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini. In altre parole – conclude – bisogna far capire che la sostenibilità non si fa soltanto adottando politiche green, ma anche creando valore per la collettività, e quindi anche mettendo a disposizione i propri dati”.

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