LA TUTELA LEGALE DOPO IL CORONAVIRUS

La pandemia di Covid-19 ha allargato lo scenario di rischio della popolazione. All’emergenza sanitaria ed economica si aggiungerà presto anche quella giudiziaria: secondo l’avvocato Paolo Mariotti, sin dal prossimo autunno potrebbe verificarsi un forte incremento dei processi, soprattutto in ambito medico-sanitario e lavoristico. E in attesa di una riforma generale del sistema, emerge la necessità di coperture per sostenere cittadini e aziende nelle controversie giudiziarie

09/09/2020
👤Autore: Giacomo Corvi Review numero: 77 Pagina: 30
L’emergenza coronavirus arriverà a toccare anche le aule di tribunale. Qualche segnale in questa direzione, a cominciare dal fascicolo aperto dalla procura di Milano sulla gestione delle residenze sanitarie assistenziali in Lombardia, c’è già. Ed è probabile che nei prossimi mesi diventino così frequenti da trasformare il sospetto in una prova inconfutabile. Perché la pandemia di Covid-19 ha profondamente modificato il nostro scenario di rischio, aumentando la probabilità di contenziosi giudiziari. E perché la recente produzione normativa, adottata a ritmo frenetico proprio per dare senso e ordine all’evoluzione imposta dal coronavirus, sembra a volte aver generato più dubbi che certezze. Il risultato è che l’emergenza sanitaria potrà rapidamente tradursi in un’emergenza giudiziaria.
“L’attività del legislatore negli ultimi mesi ha toccato praticamente ogni ambito della nostra vita sociale”, osserva Paolo Mariotti, avvocato del foro di Milano e titolare dello studio legale Mariotti – Caminiti. “Il problema – aggiunge – è che la produzione normativa non è sempre stata chiarissima: l’introduzione dello smart working, per esempio, non è stata accompagnata dalla presentazione di linee guida che definissero in maniera puntuale le nuove forme di lavoro dipendente, lasciando ampio spazio alla giurisprudenza e all’interpretazione delle norme”. Tutto ciò crea incertezza del diritto. E, di conseguenza, il rischio di nuovi contenziosi giudiziari.

UNA POLIZZA CONTRO L’INCERTEZZA

L’incertezza è ormai la cifra caratteristica della nostra vita ai tempi del coronavirus: c’è incertezza sull’evoluzione della pandemia, c’è incertezza sull’andamento economico e c’è incertezza anche sui risvolti giudiziari che potranno avere le decisioni prese durante l’emergenza sanitaria. “Molti imprenditori hanno manifestato preoccupazione per il rischio di incorrere in procedimenti giudiziari per rispondere, penalmente e civilmente, dell’eventuale contagio da Covid-19 sui luoghi di lavoro”, afferma Mariotti.
L’incertezza genera però anche consapevolezza sui propri rischi e, pertanto, sulla necessità di tutelarsi contro gli imprevisti della vita. “Tutti i periodi storici caratterizzati da incertezza diffusa – osserva Mariotti – tendono a incentivare il ricorso a forme di protezione assicurativa. Nell’immaginario collettivo la necessità di dotarsi di una copertura assicurativa può talora essere vista in un’accezione negativa, principalmente perché associata ai costi a essa connessi, però è innegabile che l’emergenza coronavirus abbia comportato un mutamento di prospettiva: la pandemia ci ha posto di fronte a vere e proprie tragedie, facendoci comprendere tutto il valore che può ricoprire una polizza, in particolare quella sanitaria”. Magari avverrà lo stesso per soluzioni di tutela legale.


Paolo Mariotti, avvocato del foro di Milano e titolare dello studio legale Mariotti – Caminiti

UN SETTORE IN OTTIMA SALUTE

Per restare nel lessico medico a cui ci ha abituato il coronavirus, si può dire che la tutela legale è un ramo che gode di ottima salute. Nel 2019, secondo l’ultima edizione del rapporto Premi del lavoro diretto italiano dell’Ania, il settore ha totalizzato una raccolta di oltre 488 milioni di euro, mettendo a segno una crescita del 9,7% su base annua. Giusto per avere un’idea, l’intero mercato danni nello stesso periodo è aumentato di un ben più striminzito 2,8%. Non si è trattato di un exploit momentaneo. Le serie storiche testimoniano infatti ormai da anni una crescita impetuosa del settore: +5,5% nel 2014, +5,9% nel 2015, +4% nel 2016, +6,1% nel 2017 e +6,9% nel 2018. Il trend sembra confermato anche in queste prime battute di 2020. Sempre l’Ania, con la sua pubblicazione periodica Ania Trends, ha rilevato che nei primi tre mesi dell’anno il ramo tutela legale è cresciuto dell’11,1% rispetto allo stesso periodo del 2019. Il settore non sembra risentire neppure del coronavirus: a marzo, mentre il mercato danni sprofondava del 7% su base annua a causa delle misure di lockdown, la tutela legale guadagnava un sorprendente 2%.
Alla base della crescita ci sono soprattutto le recenti novità normative che hanno allargato lo scenario di rischio giudiziario. L’introduzione del reato di omicidio stradale e, più recentemente, l’entrata in vigore del regolamento europeo sulla protezione dei dati personali hanno probabilmente dato la spinta necessaria al settore. Forse anche l’emergenza coronavirus contribuirà allo sviluppo del mercato.

UN AUTUNNO CALDISSIMO

A detta di Mariotti, “è ancora prematuro stimare con precisione l’impatto della pandemia sul sistema giudiziario”. Le premesse, però, non sono delle migliori. E Mariotti si spinge a prospettare l’arrivo di “un autunno caldissimo: temo che il sistema giudiziario dovrà far fronte a un notevole aumento di controversie legate alla pandemia e all’interpretazione data ai provvedimenti emanati durante la crisi sanitaria”. Il rischio principale riguarda medici, operatori e strutture sanitarie. “È possibile attendersi – dice Mariotti – sin dai prossimi mesi l’instaurazione di procedimenti penali e civili nei confronti di ospedali e del personale sanitario in conseguenza di lesioni o decesso di pazienti ricoverati perché affetti da Covid-19, così come a carico delle Rsa per l’assistenza agli ospiti, o ancora dei datori di lavoro, nonostante la doverosa cautela che dovrebbe adottarsi nel promuovere tali giudizi, tenendo conto del peculiare contesto emergenziale che tutti si sono trovati a dover fronteggiare in mancanza di chiare indicazioni e di linee guida da seguire”. Al momento sono in fase di discussione una serie di proposte volte a istituire una sorta di scudo giuridico che tuteli le strutture e i professionisti della sanità che si sono ritrovati a fronteggiare l’emergenza sanitaria senza strumenti e risorse adeguate.
Altri procedimenti, come accennato, potranno poi essere promossi contro imprenditori, manager e datori di lavoro per eventuali responsabilità nella mancata tutela dei propri dipendenti. E un ultimo filone giudiziario potrà aprirsi con la recessione verso cui, secondo tutte le principali stime economiche, si avvia l’Italia colpita dalla pandemia di Covid-19: fallimenti aziendali e perdita del reddito costituiscono da sempre il terreno più fertile per la crescita di contenziosi giudiziari.

GIUSTIZIA E CORONAVIRUS

La prevista crescita delle controversie impatterà su un sistema giudiziario già profondamente colpito dall’emergenza coronavirus. L’amministrazione della giustizia, spiega Mariotti, “si è ritrovata ad affrontare problemi inediti, derogando alle regole ordinarie che governano lo svolgimento dei processi: a Milano, per esempio, le udienze civili sono state per lo più rimandate in autunno, mentre altre sono state celebrate da remoto o tramite trattazione scritta”. 
Misure straordinarie per tempi straordinari, rese possibili grazie alle nuove tecnologie, che però non sembrano in grado da sole di risolvere tutte le inefficienze del sistema giudiziario. A differenza di quanto avvenuto in ambito lavorativo con lo smart working, la pandemia di coronavirus non sembra infatti aver posto le basi per un nuovo modello, magari più snello ed efficiente, di amministrazione della giustizia. “La tecnologia ha consentito di non interrompere completamente l’attività giudiziaria, però non possiamo pensare che questa diventi la nuova normalità”, dice Mariotti. Queste modalità inconsuete di svolgimento delle udienze possono riflettersi negativamente sulla dialettica processuale che, di regola, si instaura tra le parti e i loro difensori quando compaiono personalmente davanti al giudice. “Non sono mancati, talvolta, problemi anche di natura tecnica durante le udienze da remoto. L’utilizzo di queste soluzioni – precisa – potrà avvenire anche in futuro per casi particolari, ma non possiamo pensare che la tecnologia possa da sola risolvere le inefficienze del sistema giudiziario”.

UN SISTEMA CHE NON FUNZIONA

E di inefficienze, com’è noto, il sistema giudiziario italiano ne ha parecchie. La pandemia, secondo Mariotti, “non ha aggravato le criticità dell’amministrazione giudiziaria, ma piuttosto ha messo in luce l’esigenza di superare talune inefficienze”. L’emergenza coronavirus, prosegue, “ha impattato su un sistema che non dispone di adeguate risorse umane e strumentali: mancano magistrati, mancano cancellieri, mancano attrezzature idonee a gestire la mole di processi che si è accumulata nel corso degli anni”. Nel 2016, secondo l’ultimo rapporto della European Commission for the Efficiency of Justice (Cepej), in Italia si contavano oltre 2,6 milioni di procedimenti civili pendenti in primo grado.
La lunghezza eccessiva dei processi costituisce probabilmente il sintomo più evidente di un sistema che non funziona. Sempre secondo il rapporto della Cepej, nel 2016 ci volevano mediamente 514 giorni per concludere il primo grado di giudizio di un processo civile, 993 giorni per il secondo e ben 1.442 giorni per il terzo: in totale fanno 2.949 giorni, più di otto anni, contro una media di 715 giorni registrata nell’insieme dei Paesi del Consiglio d’Europa. E non va meglio in materia di giustizia penale e amministrativa: un processo penale dura mediamente quasi quattro anni, uno amministrativo più di cinque. Inutile dire che siamo molto al di sotto della media del Consiglio d’Europa

PROTEZIONE IN ATTESA DI UNA RIFORMA

L’ultimo rapporto Doing Business della Banca Mondiale ha collocato il sistema giudiziario italiano al 122° posto su 190 Paesi presi in considerazione. L’indagine The 2019 Eu Justice Scoreboard, realizzata dalla Commissione Europea per misurare lo stato di salute dei sistemi giudiziari in Europa, ha rilevato la scarsa fiducia che gli italiani ripongono nel sistema giudiziario: il 46% della popolazione non ritiene indipendente il lavoro della magistratura, attestandosi su valori vicini a quelli registrati in Polonia e Ungheria, dove però sono state approvate recentemente riforme che minano le basi dello stato di diritto e quasi annullano la tradizionale separazione di poteri.
Tutti questi elementi fanno ben comprendere la necessità di una profonda revisione del sistema giudiziario. L’ultimo monito è arrivato lo scorso 20 maggio con le raccomandazioni della Commissione Europea. E la notizia, in un’Italia totalmente focalizzata sulla gestione dell’emergenza sanitaria e ormai abituata alle bacchettate dell’esecutivo comunitario, è passata quasi inosservata. Si parla da decenni di una riforma della magistratura, ma ancora non si vede niente all’orizzonte. E gli italiani, almeno a giudicare dai trend di crescita della tutela legale, sono sempre più propensi a tutelarsi per conto loro.

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