MINERALI CRITICI E TERRE RARE, UNA POSSIBILE ARMA POLITICA
La crescita del livello di tensione geopolitica tra le grandi potenze avviene sullo sfondo dell’importante fase di transizione energetica e digitale che caratterizza l'economia contemporanea. Il controllo delle materie prime è centrale, soprattutto se le fonti di approvvigionamento sono limitate. Si tratta di un rischio che ha conseguenze anche per il settore assicurativo, con impatti sistemici
29/09/2025
I minerali critici stanno assumendo nell’economia e nella geopolitica globale il ruolo strategico che ha caratterizzato il petrolio nell’ultimo mezzo secolo. E come è accaduto in passato per il greggio, diventano arma di potere per fare pressione su qualche paese che ne dipende economicamente, ma con una variante che fa la differenza: le aree di approvvigionamento del petrolio sono più numerose, ed è quindi possibile trovare alternative a un blocco.
I sistemi produttivi dell’economia moderna dipendono dai materiali cosiddetti critici, senza i quali, ad esempio, non è possibile costruire semiconduttori o batterie, da quelle più piccole a quelle per le auto elettriche, o gli accumuli degli impianti che producono energia da fonti rinnovabili; sono materie prime essenziali per le tecnologie energetiche e della difesa, nonché per la realizzazione dei datacenter.
Stiamo parlando di litio, cobalto, nichel, grafite, rame, silicio e molto altro: in totale una cinquantina di elementi i cui giacimenti conosciuti sono relativamente pochi, concentrati in aree del pianeta ricche di risorse naturali specialmente in Africa, Asia e America Latina. A titolo di esempio, Cile, Perù e Cina estraggono la metà del rame mondiale. Dalla Cina provengono tra il 60 e il 90% delle terre rare, e il paese controlla l’80% della loro raffinazione; la Repubblica Democratica del Congo detiene il 60% del cobalto globale; Argentina, Bolivia e Cile concentrano la maggior parte delle riserve mondiali di litio. Data questa concentrazione geografica, le catene di fornitura risultano più vulnerabili non solo a interruzioni accidentali (dai rischi sociali alle calamità naturali) ma sono molto sensibili all’influenza della politica, qualora i governi decidessero di mettere in atto restrizioni deliberate come arma geopolitica, o siano indotti da altri a farlo.
MATERIE FONDAMENTALI PER I SISTEMI MODERNI
La transizione energetica e quella digitale, che necessitano di queste materie prime, si stanno sviluppando proprio in un momento storico caratterizzato da forti criticità geopolitiche, e le due macro tendenze sono in rotta di collisione. Le tensioni tra le grandi potenze stanno portando a cambiamenti nel sistema globale dei commerci, cresce il nazionalismo economico e si inasprisce la competizione per la supremazia tecnologica.
In questo sistema interconnesso è inevitabile che una risorsa strategica come i minerali critici divenga materia di contesa e che si agisca per influenzare l’accesso a essi, trasformandoli in un’arma nel confronto geopolitico. Con il termine weaponization, italianizzato in weaponizzazione, si intende proprio questo: “Il fenomeno avviene quando l’accesso a una risorsa è deliberatamente limitato tramite divieti di esportazione, regimi di licenze o accumulo strategico di scorte utilizzati come leva politica”, spiega Mark William Lowe, director presso Monact Risk Assessment Services. Questo sta già accadendo: “la Cina – aggiunge Lowe – ha recentemente limitato le esportazioni di gallio e germanio, vitali per i semiconduttori, in risposta ai controlli statunitensi sui chip”. L’effetto diretto sul sistema produttivo rappresenta un rischio per le imprese che va tenuto in considerazione dagli assicuratori, “si tratta infatti di un rischio non lineare: la perturbazione non colpisce solo le società minerarie, ma si propaga a manifatture, spedizioni, credito commerciale, responsabilità civile, e comporta inoltre rischi reputazionali”.

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EQUILIBRI CHE POSSONO DIVENTARE MINACCE
Le tensioni tra Usa e Cina si manifestano con prese di posizione dirette e indirette, quando coinvolgono le relazioni con altri paesi. “La Cina ha progressivamente aumentato la propria influenza in Africa e in Asia, la sua politica estera, così come quella russa, ha riempito i vuoti lasciati dagli Stati Uniti e dai paesi europei negli scorsi decenni”, riflette Lowe. Se adottassero una strategia tesa a negare la fornitura di minerali critici ai paesi occidentali, secondo Lowe “potrebbero contare su molte influenze”. Dal canto loro, gli Usa necessitano di minerali rari per alimentare la loro industria militare, elettronica ed energetica: “la politica estera di Donald Trump, con le minacce di annessione della Groenlandia e gli accordi di supporto all’Ucraina in cambio delle terre rare, e al Congo per garantire l’attività estrattiva a imprese statunitensi, vanno in questa direzione”. Pur giocando un ruolo minore, l’Europa potrebbe vedere indebolita la sua politica sui minerali critici descritta dal Critical Raw Materials Act, necessaria per i crescenti investimenti nella produzione di semiconduttori, nel settore aerospaziale, nelle tecnologie pulite e nelle biotecnologie.
Nonostante i roboanti protagonismi, le relazioni internazionali non possono non tenere conto di questi aspetti. I governi occidentali certamente non sottovalutano la nascita di nuovi equilibri mondiali, di cui il recente incontro tra i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) è stato rappresentazione plastica, con l’India che, da potenza emergente non allineata, ha esibito una vicinanza alla Cina in reazione ai forti dazi imposti dagli Stati Uniti come ritorsione all’acquisto di petrolio dalla Russia.
L’IMPATTO SUL SETTORE ASSICURATIVO
La ricaduta pratica degli equilibri geopolitici è misurata dalle imprese, che si trovano ad affrontare nuovi rischi difficilmente governabili. I grandi gruppi internazionali hanno la struttura e i contatti per poter prevedere l’evoluzione concreta dei fatti e per valutarne gli impatti potenziali sulla propria attività, nel caso adottando contromisure, al contrario la maggior parte delle imprese rischia di essere vittima degli eventi.
Lo scenario descritto e i rischi connessi, sistemici e multiramo, toccano direttamente il mondo delle assicurazioni. “Per il settore assicurativo, è più di una questione di commodity”, sottolinea Lowe. Una weaponizzazione delle materie prime rare “innesca una serie di scenari: in primo luogo un’esposizione sistemica, con il possibile fermo di più linee produttive in diversi settori e quindi con richieste di indennizzo concomitanti. Può esserci un rischio per la riassicurazione, nel caso in cui un singolo divieto induca perdite in più paesi, settori e rami assicurativi contemporaneamente; c’è poi una questione legata alle formulazioni delle garanzie, laddove non sia affrontato chiaramente il rischio di deliberata restrizione delle forniture”, osserva Lowe.
Siamo in effetti di fronte a scelte politiche guidate dai governi che possono dare origine a default, fallimenti e instabilità politica, esponendo di conseguenza più rami simultaneamente: “parliamo di credito commerciale, interruzione di attività, rischio politico, trasporti marittimi e cargo, responsabilità civile e anche D&O. Inoltre, può essere messo in discussione il modello stesso di sottoscrizione: si tratta di rischi politici, di supply chain, ma si potrebbe in determinati casi ipotizzare anche la forza maggiore”.
Si tratta di un’eventualità dalle ricadute molto complesse: le compagnie possono pensare di considerare il rischio e, suggerisce Lowe, indirizzare i propri assicurati verso forme di mitigazione quali la diversificazione delle fonti, una programmata costituzione delle scorte, l’introduzione di processi di riciclo e l’adozione di una governance Esg precisa e trasparente.
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