VERSO IL RILANCIO DELL’UNIONE EUROPEA

Mancati investimenti e ritardi nei progetti infrastrutturali pesano sulla competitività e sullo sviluppo dell'Italia e dell'Europa. A sottolinearlo, il segretario generale di Febaf, Paolo Garonna che, in occasione del Rome Investment Forum, ha evidenziato l'urgenza di completare alcune riforme per riaffermare il ruolo di guida del vecchio continente

19/02/2017
👤Autore: Laura Servidio Review numero: 41 Pagina: 24 - 27
Gli impieghi di lungo periodo, in particolar modo le infrastrutture, sono un elemento chiave per una crescita sostenibile di medio-lungo termine. Sono, infatti, un driver di incremento del Pil e dell’occupazione e, in ottica lungimirante, contribuiscono ad aumentare la produttività, abbassare i costi di produzione e rilanciare l’innovazione. 
Purtroppo, come emerso nel corso del Rome Investment Forum, organizzato da Febaf lo scorso dicembre, il deficit europeo di infrastrutture è enorme: c’è bisogno di circa 2.000 miliardi di investimenti supplementari, entro il 2020, e di ben 15 mila entro il 2030.
Ad aggravare lo spread (rispetto ad altre aree del mondo) e a far crescere nuove esigenze infrastrutturali, concorrono l’invecchiamento della popolazione, i cambiamenti climatici e l’obsolescenza delle infrastrutture attuali. A cui Bruxelles risponde con il Piano Juncker, recentemente rilanciato: 500 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, valorizzando il ruolo della Bei degli Stati membri e delle banche nazionali di sviluppo. 

Per l’Italia, poi, vi è un ulteriore problema: siamo in ritardo, rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, spiega Paolo Garonna, segretario generale Febaf (federazione delle banche, delle assicurazioni e della finanza), sulla realizzazione di infrastrutture fisse, sociali e di network: un ritardo che si aggrava di anno in anno, per l’invecchiamento e l’inadeguatezza della dotazione, e per carenze procedurali e incapacità di spesa. “Inoltre – sottolinea Garonna– il nostro Paese ha ancora scarsa attrattività per gli investimenti in infrastrutture, da parte di investitori esteri. Che, se collegata ai non sempre adeguati utilizzi dei fondi strutturali europei, allarga un’altra forbice tutta italiana: quella tra il Nord e il Sud”. 





TORNARE A CRESCERE

Il gap infrastrutturale tra l’Italia e il resto dei Paesi europei, in termini di investimenti pubblici sul Pil, è rilevante: secondo alcune stime, il divario è quantificabile con quasi 1% di Pil. È fondamentale, quindi, tornare su un sentiero di crescita degli investimenti “ma – esorta Garonna – per rilanciarli è necessario realizzare un concreto programma di riforme”. Infatti, se il Piano Juncker contribuisce a ridurre il gap degli investimenti attraverso un effetto catalizzatore delle risorse pubbliche che agevola l’accesso dei privati a investimenti altrimenti non finanziabili, è indispensabile, per il settore finanziario (ma a caduta anche per imprese e risparmiatori), completare la l’Unione bancaria e realizzare l’Unione dei mercati dei capitali. 


2017: L’ANNO DEL RISCHIO

Gli investimenti restano, dunque, il motore della crescita economica, dell’occupazione e dello sviluppo. Purtroppo, però, nonostante l’ampia liquidità disponibile sui mercati, sono ancora al palo per via dell’aumento delle incertezze e dei rischi, che richiedono nuove soluzioni e governance globali. 
Come sottolineato dal presidente di Febaf, Luigi Abete, il contesto italiano risulta leggermente più favorevole nelle previsioni per il prossimo anno, con tassi di crescita del Pil (1%), disoccupazione (11,4%) e deficit su Pil (2,3%) in miglioramento. Tuttavia, il basso livello di investimenti coinvolge anche l’Italia, con una percentuale sul Pil al 16,8%, rispetto alla media europea del 19,3%. 
Cruciali, per il Vecchio Continente, sono l’incertezza geopolitica e la debolezza del commercio internazionale e della produttività. Così come il rischio (regolatorio, tecnologico, catastrofale o politico) che caratterizzerà tutto il 2017: in particolare, quello derivante dal mancato completamento delle riforme europee, dell’Unione bancaria e dell’Unione dei mercati dei capitali. 





UN’OCCASIONE DA COGLIERE

In questo scenario, il nuovo modello di sviluppo, che privilegia la domanda interna (su cui stanno puntando gli Usa e i Paesi emergenti), potrebbe rappresentare un’opportunità unica per l’Europa di assumere un ruolo di leadership a livello globale. A patto che sia capace di proseguire con decisione lungo il cammino delle riforme e dell’integrazione. 
Su questo, la Federazione ha individuato le necessarie misure strutturali per rilanciare gli investimenti in infrastrutture, come parte qualificante di una più generale politica della crescita e dell’occupazione. Nell’agenda del Forum e del dibattito, spiega Garonna, “abbiamo introdotto una serie di temi: non le chiamerei proposte, per ora, ma elementi di discussione finalizzati al raggiungimento di risultati concreti, in tempi ragionevoli”. 


SI PARTE DA JUNCKER

Il primo punto prevede la realizzazione di una Unione del mercato delle infrastrutture e la definizione di un’unica strategia europea per gli investimenti in infrastrutture, con il pieno coinvolgimento del parlamento europeo, degli Stati membri e degli stakeholders. “Il modello del Piano Juncker e lo schema del moltiplicatore sono una nuova base di partenza per incoraggiare un aumento sostenibile del basso livello di investimenti in Europa, a seguito della crisi finanziaria”, spiega Garonna. 


UN UNICO CONTROLLO

Secondariamente, è necessario andare verso un’Autorità delle infrastrutture europee, con l’obiettivo di arrivare a un Unico libro delle regole, un Unico meccanismo di supervisione. “Questo sarebbe utile anche a limitare l’incertezza associata a un investimento di lungo periodo/illiquido, che rappresenta uno dei principali fattori che disincentiva l’investimento di capitale privato, anche qualora fosse presente un sistema di garanzia”. 





NUOVI STRUMENTI PER INVESTIRE

Terzo punto: ampliare il ruolo dell’European public-private partnership (Ppp) dell’Expertise Centre (Epec), per fornire assistenza tecnica, trasferimento di innovazione e consulenza ai soggetti pubblici e privati, al fine di realizzare in maniera efficiente i progetti concernenti le infrastrutture pubbliche. 
Passo successivo è il rilancio di strumenti, quali Project bond ed Eurobond, facendoli emettere da soggetti istituzionali pubblico-privati, come le banche nazionali di sviluppo, proiettandoli a livello europeo tramite piattaforme. 
È necessario, poi, promuovere l’aggregazione dei piccoli progetti in programmi di dimensione minima efficiente, anche utilizzando veicoli aggregatori di tipo finanziario: “una soluzione particolarmente indicata per gli investimenti in infrastrutture sociali”. 
Il sesto punto prevede la promozione attiva degli Eltif, i Fondi di investimento a lungo termine, che “facilitano gli investimenti da parte sia di investitori istituzionali, sia retail”. 
Infine, è necessario sostenere e accelerare la creazione dell’Unione del mercato dei capitali, promuovere lo sviluppo del mercato delle cartolarizzazioni, i fondi di debito, il private equity e venture capital. 


UNA NORMATIVA STANDARDIZZATA

Più in generale, bisogna promuovere il ruolo degli investitori istituzionali, facilitando il loro impegno nell’economia reale e conciliando cosi, nell’era dei tassi a zero, l’esigenza di ottenere rendimenti di medio lungo periodo con quella di favorire uno sviluppo sostenibile dell’economia nazionale e europea. “Per favorire investimenti illiquidi, come quelli infrastrutturali – conclude Garonna – servirebbe una normativa standardizzata, a livello europeo e internazionale, a partite dallo Infrastructure supporting factor. Un mercato dei capitali maturo può dare un contributo significativo, ed è un passaggio fondamentale verso una più compiuta Unione economica e monetaria”. 


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