CONTRIBUENTI, POCHI E OBERATI

Secondo l’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate, curato da Itinerari Previdenziali e Cida, l’Irpef pesa solo su una piccola fetta di italiani. Non serve intervenire sull’imposta ma sul contrasto di interessi, sulla promozione del lavoro qualificato e su misure semplici ed eque

11/10/2019
👤Autore: Laura Servidio Review numero: 68 Pagina: 24
L’Irpef nazionale grava per quasi il 60% su una piccola quota di contribuenti (12%). È la principale evidenza della sesta edizione dell’Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate, redatto e presentato a Roma da Itinerari Previdenziali e Cida (confederazione italiana dirigenti e alte professionalità), che ha l’obiettivo di fotografare lo stato di efficienza della macchina fiscale e di verificare la sostenibilità di medio-lungo periodo del sistema di protezione sociale, costato oltre 453 miliardi di euro nel 2017.



Dall’indagine emerge che, se il gettito fiscale complessivo è diminuito dello 0,56%, per un totale di 838 miliardi di euro, quello dell’Irpef (al netto del bonus da 80 euro) è stato pari a 164 miliardi di euro (in crescita rispetto al 2016) e oggi grava sempre di più su determinate categorie di contribuenti, minando anche la capacità di finanziamento del nostro welfare.
I dati più salienti dello studio dicono che, a fine 2017, su un totale di 60 milioni di abitanti, solo poco più di 30 milioni hanno versato almeno un euro di Irpef e appena il 12,28% ha corrisposto ben il 57,88% di tutta l’imposta, contro il 2,62% versato dal 45,19% 
Andando nel dettaglio, i cittadini con redditi lordi sopra i 100mila euro (1,13%) pagano il 19,35% di tutta l’Irpef; tra 200mila e 300mila euro si trova lo 0,13% dei contribuenti, che versa il 2,99% dell’imposta, mentre lo 0,093% di chi guadagna sopra i 300mila euro paga il 5,93% dell’Irpef. Sommando a questi tre scaglioni anche chi percepisce tra 55mila euro e 100mila euro, ne deriva che il 4% paga il 37%.


Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari Previdenziali

Considerando il rapporto dichiaranti/abitanti (pari a 1,468), sottolinea Alberto Brambilla, presidente del centro studi Itinerari Previdenziali, emerge che “il 49,29% degli italiani non ha reddito e risulta quindi a carico nella media nazionale”. Inoltre, mentre aumentano i contribuenti che presentano la dichiarazione, diminuiscono sia i versanti sia i redditi dichiarati. Considerando che Pil e occupazione sono cresciuti, così come l’ammontare totale dell’Irpef versata, a parità di addizionali regionali e comunali, ne deriva che quelli che “pagano sono sempre meno, di fatto pagano sempre di più”. 



LA FORBICE DEI CONTRIBUENTI

Nel dettaglio, l’imposta media corrisposta da ciascuna categoria è pari a 3.600 euro annui per i lavoratori dipendenti, 3.200 per i pensionati e 6.700 euro per autonomi, imprenditori e liberi professionisti. Dallo studio emergono oltre quattro milioni di dipendenti (con redditi fino a 7.500 euro) con un’Irpef negativa e altrettanti lavoratori (con redditi fino a 15mila euro), i quali, sfruttando deduzioni, detrazioni e il cosiddetto bonus Renzi, sono anch’essi a carico degli altri contribuenti. Questo significa che se il lavoratore avesse due persone a carico, per la sola sanità questa famiglia costerebbe allo Stato 5.600 euro, non riuscendo di fatto a sostenerne il peso. Più numeroso è lo scaglione di redditi fino a 35mila euro (oltre sette milioni) che versa un’Irpef media di circa 4.000 euro, mentre chi guadagna fino a 55mila supera i 10mila euro e il 3,73% che guadagna oltre questa soglia versa il 34,67% di tutta l’Irpef. I veri tartassati dal fisco sembrano dunque essere i dichiaranti dai 35mila euro in su, mentre al di sotto c’è chi già beneficia della solidarietà delle altre fasce di contribuenti, che di fatto ne sostengono la spesa per protezione sociale. 

LE SOLUZIONI

Oltre ai numeri, il centro studi fornisce anche possibili soluzioni che possano migliorare il reddito netto delle famiglie senza penalizzare il welfare.
Tra queste, il contrasto di interessi tra chi compra la prestazione e chi la fornisce, che mira a far emergere i redditi e che prevede un periodo di sperimentazione triennale durante il quale le famiglie possano portare in detrazione, entro un dato limite, il 50% delle piccole spese effettuate per casa, figli o manutenzione di auto o moto, con vantaggi sia per la famiglia in termini di potere d’acquisto sia per lo Stato, che potrebbe rientrare, in parte, di Iva e contributi sociali evasi, segnando un punto importante nel contrasto al lavoro nero e al sommerso.
Ma non solo. Per consentire la riduzione del cuneo fiscale e contributivo Brambilla propone anche una “misura semplice, ma doverosa di equità fra i soggetti”, che prevede l’innalzamento del buono pasto a 10 euro e i voucher sul trasporto che produrrebbero un aumento del 18% della retribuzione per redditi fino a 29mila euro. La politica dei voucher è preferita all’appiattimento della flat tax, anche perchè quest’ultima comporterebbe l’eliminazione di tutte le detrazioni, incluso il welfare complementare che, invece, va agevolato per sopperire alle difficoltà dello Stato.

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