IL WELFARE DIPENDE DALLA CRESCITA

Se il Pil non riprenderà ad aumentare, sarà difficile proseguire sulla strada della sostenibilità del sistema previdenzale. Il punto di partenza resta il ricorso a strumenti integrativi, con interventi sugli aspetti fiscali e sulle politiche salariali. Ma, come ribadiscono Ania e Assoprevidenza, la priorità è riuscire a sbloccare l’economia

31/10/2014
👤Autore: Laura Servidio Review numero: 18 Pagina: 38 - 41
Il sistema previdenziale ha raggiunto una buona sostenibilità. Sono in molti a sostenerlo. Senza, però, un’adeguata ripresa, alcuni interventi strutturali in tema di lavoro e il ricorso alla sanità integrativa, si rischia di vanificare quanto fin qui raggiunto.
“La stagione delle riforme, iniziata con Amato ha dato buoni risultati – conferma Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza – ma se non sblocchiamo l’economia e non facciamo ripartire il Paese, qualunque buon proposito resterà astratto”. 
Anche secondo l’Ania, il vero problema è la crescita. “Se non riprende ad aumentare il Pil – conferma Dario Focarelli, direttore generale Ania – sarà molto difficile continuare a pagare le pensioni e assicurare un futuro ai giovani: questa è la prima cosa da capire. 




Nella foto: Dario Focarelli, direttore generali Ania


La sostenibilità del sistema pensionistico pubblico – sottolinea Focarelli – è un tema macroeconomico: il sistema disegnato dalla legge Dini è sostenibile quando la remunerazione del lavoro assorbe una quota costante del reddito e, ovviamente, quando il reddito, ossia il Prodotto interno lordo nominale, cresce. Purtroppo, oggi, queste due condizioni non sono assicurate e questo ci rende meno certi sulla sostenibilità di lungo termine. Determinante è la questione sulla fiducia: se investiamo nell’Italia, il Paese cresce e così anche il Pil e, di conseguenza, il sistema torna a essere sostenibile”.
Fatta salva l’urgenza della crescita, è evidente che il futuro della previdenza di base è di essere ridotta nel quantum degli assegni “e quindi – spiega Corbello –  presenta problemi di adeguatezza prospettica. Quest’ultima può essere raggiunta attraverso la previdenza complementare, un pilastro ancora da sviluppare, che, per avere senso economico, deve prevedere, oltre all’impiego del Tfr, qualche punto di contribuzione, per arrivare a un versamento intorno al 10%. Occorre poi contribuire nel lungo periodo: l’ideale sarebbero i canonici 40 anni”.


ADESIONE AUTOMATICA

Ma non basta. Si parla da più parti dell’urgenza di sensibilizzare gli italiani sull’importanza di ricorrere a strumenti pensionistici integrativi. “Certamente – conferma Corbello – è fondamentale investire in cultura previdenziale e in comunicazione, ma è necessario ricorrere a qualche ulteriore aiuto: riconsiderare, a normativa invariata, la modalità di adesione alle previdenza complementare anche attraverso la contrattazione collettiva, unico strumento in grado di dare un impulso significativo. Nello specifico, il contratto collettivo deve fungere da collettore dei soggetti, i quali potranno esprimere il loro dissenso nel caso in cui non vogliano aderire alle forme complementari, e non il contrario. In questo modo, si concilia il rispetto della volontà e della libertà del singolo, con il superamento della pigrizia del fare: il lavoratore è libero di dissentire, ma per farlo deve attivarsi; e nel frattempo resta incanalato nella previdenza complementare”. 
Nello sviluppo del secondo pilastro, un ruolo chiave è assunto dal settore assicurativo. “Le assicurazioni – conferma Focarelli – sono il principale attore della previdenza complementare, laddove hanno un duplice e importantissimo ruolo: convincere gli italiani ad aderire a forme pensionistiche integrative e, in questo, la rete di vendita sta dando un forte impulso alle forme assicurative individuali; offrire un rendimento significativo agli investimenti, attraverso scelte a lungo termine che presentino una bassa volatilità. Quest’ultimo è un ruolo ormai ampiamente riconosciuto, tanto è vero che siamo protagonisti nella gestione delle forme pensionistiche negoziali”.


DALLA PORTABILITA' ALLA FISCABILITA'

Tra le leve per incentivare il settore, la portabilità. “Che – avverte Corbello – deve essere fatta con serietà. Questo significa che un lavoratore che appartiene a un fondo di categoria e vuole spostarsi verso un fondo aperto o un Pip ha la possibilità di farlo, portando con sé il contributo del datore di lavoro”.
Si dovrebbe, poi, riconsiderare la fiscalità, adeguandoci all’Europa, con il regime e/e/t. “Su questo – avverte il presidente di Assoprevidenza – va fatto un grosso sforzo e, avuto riguardo alla tassazione delle prestazioni in rendita, si può anche immaginare un ritorno all’aliquota Irpef individuale, temperata da un qualche abbattimento che valorizzi il fattore di durata della permanenza in un piano di previdenza complementare”. 
E poi, l’annosa questione della busta arancione: “è fondamentale l’informativa sul futuro. Mentre i fondi di previdenza complementare, con le prescritte simulazioni di prestazione, fanno già la loro parte, manca la simulazione sulla pensione di base”.
Infine, una considerazione sull’attuale meccanismo tecnico di ripartizione, su cui si fonda il sistema pensionistico. “Credo – afferma Corbello – che questo sistema sia, oltre che tecnicamente geniale, non superabile: se la rendita pensionistica è falcidiata da una fiammata inflattiva, la ripartizione è in condizione di fornire risorse adeguate, correlate al nuovo valore dei salari, e, quindi, consentire un rapido riequilibrio degli assegni. Alcuni immaginano la capitalizzazione anche per le pensioni di base, ma non mi sembra corretto anche perché la capitalizzazione esiste già per la previdenza complementare”.



Nella foto: Sergio Corbello, presidente di Assoprevidenza


SALARI E REDISTRIBUZIONE

Altro problema riguarda le politiche salariali. “Siamo l’unico Paese – avverte Focarelli – in cui la curva dei salari cresce al crescere dell’età. Ma è proprio per questo motivo che l’Italia ha il più basso livello di occupati nell’età tra 55 e 65 anni. Viceversa, i salari devono crescere in funzione della professionalità e della produttività, cosa che in Italia non si è verificata, almeno negli ultimi quindici anni, rendendo il sistema sempre più a rischio sostenibilità”. 





LA REDISTRIBUZIONE AL CONTRARIO

Resta poi il nodo intricato del problema previdenziale di questo Paese e dell’Europa ovvero l’adeguatezza delle prestazioni. “Si è esasperata – sottolinea Corbello – la tenuta dei conti – che è giustissima, perché senza sostenibilità non c’è sicurezza di prestazione, ma ora bisogna immaginare tassi di sostituzione per il futuro pensionato che siano ragionevoli e adeguati alla vita di tutti i giorni. Il sistema pensionistico ha tolto di mezzo la soluzione caritatevole, però ora rischiamo di cadere a un livello troppo basso di prestazioni. È assolutamente urgente definire il ruolo che gli Istituti della previdenza e dell’assistenza complementare, fondi pensione e casse di assistenza, potranno sostenere nell’auspicata costruzione di un sistema di welfare integrato”.
Sull’adeguatezza, secondo l’Ania, il problema è anche nella mancanza di un meccanismo di redistribuzione nel primo e nel secondo pilastro. “Se avevamo ottime ragioni per non volere la distribuzione, oggi il problema resta: paradossalmente abbiamo un meccanismo di redistribuzione al contrario, che non tiene conto del fatto che chi ha lavorato in fabbrica ha un’aspettativa di vita inferiore di chi ha svolto un lavoro intellettuale. È un tema non facile, ma che bisogna affrontare”.
Un ultimo richiamo va alle nuove leve. “Dobbiamo far crescere la contribuzione dei giovani – conclude Focarelli – non possiamo continuare a immaginare una forma di trasferimento dai nonni ai nipoti, ma agire direttamente sulla pensione di domani dei nostri ragazzi, già da oggi. Si potrebbe prevedere direttamente la possibilità di contribuzione dei padri e dei nonni a favore dei figli e dei nipoti”. 


LA CLASSIFICA MONDIALE DELLA PREVIDENZA

È la Danimarca il Paese con il più efficace sistema previdenziale, sostenibile e che garantisce un robusto reddito ai pensionati; la maglia nera, invece, va all’Indonesia, a conferma delle difficoltà delle economie emergenti. È questo il risultato del Melbourne Mercer Global Pension Index, l’indicatore realizzato dal gruppo assicurativo australiano Mercer per la valutazione dei sistemi previdenziali di 20 Paesi del mondo. 
Utilizzando parametri, quali adeguatezza, sostenibilità e integrità (regolamenti, costi, governance, ecc.), è emerso che solo la Danimarca raggiunge il livello di eccellenza; Olanda, Australia, Svezia, Cile, Canada, Regno Unito, Svizzera e Singapore hanno sistemi dalla struttura sana, ma con aree di possibile miglioramento; Germania, Francia, Brasile, Stati Uniti, Messico e Polonia hanno sistemi previdenziali buoni, ma con carenze che minano la sostenibilità sul lungo periodo; Giappone, India, Corea, Cina e Indonesia presentano grandi aree di debolezza. 
L’Italia non è tra i Paesi monitorati, ma se lo fosse, si piazzerebbe tra la seconda e la terza fascia. A partire dal prossimo anno anche il sistema previdenziale italiano sarà oggetto delle valutazioni del Melbourne Mercer Global Pension Index.




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