RISCATTO ITALIA, RIPARTIRE DALL’ALTO

Più Stato, più presidio delle eccellenze italiane nella catena del valore globale, più politica industriale. Sono queste le armi per una possibile ripartenza economica dopo due trimestri dominati dall’immobilismo causato dal coronavirus. Solo così le imprese al top riaccenderanno i motori del Paese

08/06/2020
👤Autore: Fabrizio Aurilia Review numero: 75 Pagina: 26
Pensare a un rilancio dell’economia italiana durante questi mesi non è facile. Tutti i dati, tutte le previsioni volgono al peggio: la cosiddetta luce in fondo al tunnel non solo non si vede, ma è anche difficile rendersi conto di essere in un tunnel da cui è possibile uscire invece che immersi in una foschia indefinibile che non lascia via di scampo. Il timore è che la crisi provocata dal Covid-19 possa cancellare tutti i punti di riferimento e lasciare l’Italia in uno stato di spaesamento e inarrestabile declino. Eppure è proprio questa l’idea da rifiutare e scacciare: non è vero che non ci sono strade da percorrere, non è vero che non ci sono aziende e settori cui guardare con interesse e ottimismo, non è vero che la luce in fondo al tunnel non c’è. 
Del resto, se vogliamo essere sinceri, l’economia italiana è in stagnazione non da ora ma almeno dalla fine del 2018. La composizione della crescita italiana è sempre stata caratterizzata da un nucleo fortissimo di aziende che tirano il Paese in modo incredibile, conseguendo risultati davvero straordinari, con una costanza invidiabile, e un’altra grossa parte di imprese, persino interi settori, che non ce la fanno, che zavorrano lo sviluppo e che si fanno rimorchiare per sopravvivere. Questo stato di cose si è accentuato negli ultimissimi anni, in particolare a causa dello stimolo all’innovazione che le aziende migliori hanno cavalcato e che le altre non hanno saputo sfruttare. 
Detto questo, occorre considerare la situazione attuale: secondo Lucio Poma, docente universitario e capo economista di Nomisma, il trimestre che ci darà un’idea delle reali conseguenze dell’impatto del virus sull’economia del Paese sarà il secondo, i cui dati potrebbero essere disponibili un po’ in ritardo rispetto al solito. 
Guardando quindi alcune evidenze del primo trimestre, le stime danno la Cina in decrescita del 9,8%, mentre Italia e Francia in un range tra -6% o -7%. È presumibile che i successivi trimestri non faranno segnare un recupero quanto solo degli aggiustamenti.  


ESSERE IN CRISI IN UN MONDO IN CRISI

Ma, più che contemplare i numeri, spiega Poma, occorre valutare “la qualità del dato”. Guardando al 2008-2009, riflette il capo economista di Nomisma, “l’Europa aveva realizzato un Pil in flessione del 4,6%, gli Stati Uniti del 3,2% ma la Cina era cresciuta del 9%”. In quel caso, quindi, era stata messa in ginocchio la vecchia economia, ma la Cina aveva prosperato, ecco perché il Pil globale nel 2009 era sceso dello 0,5% ma nel 2010 era cresciuto del 5%. “La prima grande differenza – spiega Poma – è l’ampiezza del contagio di una crisi, come quella attuale, in cui sono coinvolti tutti: il rallentamento è generalizzato, riguarda sia le vecchie economie, sia quelle nuove, come la Cina, sia quelle emergenti. Non si hanno, come nelle crisi precedenti, velocità diverse, ecco perché l’Fmi quest’anno prevede una flessione globale del 3%”. Nel 2012-2013, fa notare Poma, l’Italia ha subito la seconda crisi degli ultimi anni, ma il mondo nel 2013 è cresciuto del 3,8%: “un conto è essere in crisi in un contesto che resiste, per cui occorre agganciare la ripresa, un altro è essere in crisi in un mondo in difficoltà”, chiosa l’economista. 


PRESIDIARE LE CATENE DEL VALORE

Ma c’è un’altra differenza tra la crisi del coronavirus e quella finanziaria del 2008-2009: rispetto alla fine degli anni Zero, le catene globali del valore si sono molto intensificate, perciò se all’epoca ci fosse stata una pandemia simile a quella del 2020 non ci sarebbero stati gli stessi danni generalizzati all’economia. “Tuttavia – argomenta Poma – tutto è partito dal rallentamento della Cina, che era comunque avvenuto prima della crisi legata al Covid-19. La Confindustria tedesca ha chiesto al governo italiano di far ripartire le imprese il prima possibile proprio perché la produzione è interconnessa, così come l’economia. Durante le crisi del passato, una parte del mondo andava molto bene, oggi no”.
L’interconnessione, però, è fondamentale anche per la ripresa perché l’Italia “deve essere attentissima a preservare le proprie attività lungo la catena del valore globale”, sottolinea Poma. È il monito più importante, secondo l’economista, contenuto anche in un ampio studio di Nomisma presentato recentemente, intitolato Controvento. In questo studio, è evidente come in Italia ci sia un gruppo di imprese che presidiando settori strategici: “il timore è che alcuni anelli di questa catena possano essere acquisiti da società straniere, e questo è un grande rischio”, mette in guardia il professore. 

COVID-19 È UN ACCELERATORE 

Cosa fare, quindi? In termini di policy, suggerisce Poma, gli stimoli dovrebbero arrivare soprattutto alle imprese che già stanno andando bene, invece che a pioggia, a tutti, indistintamente e magari con particolare intensità e preferenza per le aziende più piccole e messe male. “Il Paese – fa notare Poma – era già spaccato in due, ma non tra grandi e piccole imprese: piuttosto tra quelle che si stavano già organizzando e strutturando per il cambiamento, soprattutto grazie alla rottura del paradigma tecnologico di Industria 4.0, e quelle che erano rimaste al margine”. Una divaricazione, questa, che non vale solo per l’Italia ma anche per l’Europa e per gli Stati Uniti. “Si tratta di una tendenza che il Covid-19 accentuerà, perché le imprese già organizzate nella nuova logica stanno resistendo meglio”, precisa Poma. 


IL RUOLO DELLO STATO

A Industria 4.0, secondo Nomisma, va dato il merito di aver creato un nuovo ambiente operativo in cui le aziende possono operare, articolarsi, e cogliere al meglio le potenzialità del cambiamento. Il piano dell’ex ministro Carlo Calenda, all’epoca del governo di Matteo Renzi, rappresenta un altro ingranaggio fondamentale di questa sperata ripresa: l’intervento dello Stato. 
“La ripresa – spiega Poma – non può essere affidata solo all’iniziativa delle imprese, pur se di grandi dimensioni: come è stato per Industria 4.0, ci vuole la mano dello Stato”. L’infrastruttura 5G, ad esempio, non può che essere fornita dallo Stato e se l’impresa non può usufruirne andrà a cercarla da un’altra parte: in poche parole, se ne andrà dall’Italia o sarà acquisita. 
Ma esiste anche un’infrastruttura intangibile su cui lo Stato deve riprendere il controllo: “stiamo parlando della formazione e delle università”, precisa Poma, ricordando che ingegneria, fisica, matematica non riescono in questo momento a fornire il numero necessario di laureati chiesti dalle imprese. “Per questo il ruolo delle Stato deve essere proattivo e non solo di tipo emergenziale o assistenzialista: altrimenti il Paese non riparte”, scandisce l’economista. 

RIPARTIAMO DAI CAMPIONI

In sintesi: in questo momento è utile fare anche operazioni di ridistribuzione, ma non si può fare solo questo. Il problema non è spendere i soldi, ma come spenderli. Secondo Nomisma, occorre chiaramente sostenere le imprese in una prima fase ma poi bisogna programmare, fare politica industriale.
“Gli Stati giocheranno una partita molto importante – ribadisce Poma – ma purtroppo l’Italia non fa politica industriale da tanto tempo, se escludiamo Industria 4.0, che però si affidava a iper-ammortamenti e crediti d’imposta, quindi era già indirizzata a soggetti solidi e in crescita”.
L’Italia, anche prima di questa crisi, era l’ultimo Paese dell’Unione Europea per crescita del Pil: già nel 2019, l’ultimo trimestre era negativo. “La fantasia italiana, che funzionava negli anni ’80, la retorica del made in Italy, oggi non possono più funzionare”, ammonisce Poma. “Oggi – continua – occorrono politiche, accordi, sistemi: uno Stato attivo è fondamentale”. 
Secondo il capo economista di Nomisma è questa l’unica strada che abbiamo: “ripartire dall’alto e non dal basso, perché una parte del Paese sarà molto in sofferenza”. E tuttavia ci sono alcuni comparti che non hanno avuto flessioni, come il farmaceutico e l’agroalimentare, interi settori che sono cresciuti, come tutta la filiera della tecnologica: “ripartiamo da lì”, conclude Poma.


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