L’ITALIA CHIEDE WELFARE E CRESCITA

Il rapporto 2021 del think tank supportato dal gruppo Unipol, con la collaborazione di The European House – Ambrosetti, mette al centro ogni anno le politiche sociali: dalla previdenza al mercato del lavoro, dal terzo settore ai temi cari all’industry assicurativa. Quest’anno l’analisi ha messo sotto la lente d’ingrandimento il Pnrr, la demografia e l’occupazione di donne e giovani

L’ITALIA CHIEDE WELFARE E CRESCITA hp_stnd_img
👤Autore: Fabrizio Aurilia Review numero: 90 Pagina: 22
Il welfare non è solo assistenza ma anche uno strumento per la crescita. Un assioma che conosciamo bene in teoria, ma che trova la sua dimostrazione pratica ogni anno in occasione del rapporto di Welfare, Italia, il centro studi supportato da Unipol e The European House – Ambrosetti. Il documento, dati alla mano, affronta e aggiorna tutti i temi che riguardano le politiche sociali, la previdenza, l’assistenza, il mercato del lavoro e l’evoluzione della società italiana. La pubblicazione del rapporto è stata anche l’occasione per un convegno ricco di approfondimenti, con l’obiettivo d mettere insieme politica, società civile, terzo settore, accademia, mondo delle imprese, enti e istituzioni per capire meglio dove sta andando l’Italia e l’Europa. 
Come ha sottolineato bene Pierluigi Stefanini, presidente del gruppo Unipol, in occasione della presentazione del rapporto di quest’anno, il settore assicurativo, e nello specifico Unipol, si occupano di welfare “perché hanno a cuore il futuro del Paese”, ha detto Stefanini, precisando, però, che Unipol vuole essere “un soggetto complementare e non sostitutivo dello Stato”. 


Carlo Cimbri, amministratore delegato del gruppo Unipol

IL LAVORO È IL MOTORE DEL WELFARE

Per farlo, però, occorrono regole certe, e soprattutto la volontà politica di rimettere al centro il motore di ogni Paese moderno: il lavoro. “Il filo conduttore della giornata di presentazione del rapporto 2021 di Welfare, Italia è il ritorno alle origini, cioè il ritorno al lavoro”. A dirlo è stato Carlo Cimbri, amministratore delegato del gruppo Unipol, durante l’evento di Roma. “Bisogna promuovere l’occupazione – ha continuato Cimbri –, tornare alle sorgenti del welfare. Abbiamo l’assoluta necessità di portare le persone nel mercato del lavoro”.
Un modo per farlo sarà utilizzare tutte le risorse del Pnrr per rendere la crescita strutturale, e non ripetere gli errori che hanno inchiodato il Pil italiano degli ultimi vent’anni alla media del +0,3%, come è scritto nel rapporto. 
Il think tank, a questo proposito, ha tracciato le cinque priorità per il Paese: in primis la digitalizzazione dei servizi di welfare; poi la gestione attiva dell’evoluzione demografica; le politiche attive a supporto del mercato del lavoro; la riforma delle politiche passive e dei meccanismi degli ammortizzatori sociali; e infine le misure finalizzate ad accrescere l’occupazione femminile.

MALE LE DONNE E I GIOVANI

Tantissimi i dati del rapporto e le analisi che sono state lo spunto per gli interventi. Si parte con i numeri: la spesa in welfare prevista nel 2021 è in netta crescita, a 632 miliardi di euro, in aumento di 56 miliardi rispetto al 2019. Dal Pnrr sono in arrivo 41,5 miliardi per le sole politiche sociali entro il 2026: queste saranno “le nuove basi per rilanciare il lavoro e affrontare la grande transizione demografica”, scrivono gli analisti.
Restano tuttavia “gravi problemi nell’occupazione”: a settembre 2021 il numero di occupati era ancora inferiore di 400mila unità rispetto allo stesso mese del 2019, con una significativa contrazione dei contributi sociali Inps, pari a 12,1 miliardi (-5,6%). Impatti pesanti nel mercato del lavoro, e tipici della realtà italiana: il nostro è l’unico Paese in cui durante la pandemia l’occupazione femminile è diminuita più di quella maschile; mentre nella fascia 15-34 anni (e in generale negli under 50) l’Italia è stata la peggiore in Europa per calo dell’occupazione. In Germania, i giovani al lavoro sono addirittura aumentati.


Elena Bonetti, ministra delle Pari opportunità e della famiglia

COVID: TANTI MORTI QUANTI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Le questioni generazionali non sono affatto separate da quelle demografiche. Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, ha ricordato che la popolazione italiana decresce dal 2014, e la pandemia ha dato il proverbiale colpo di grazia: l’Italia, in termini di vittime, ha pagato lo stesso prezzo al Covid della seconda guerra mondiale. Ma se “il 2020 è stato l’anno della mortalità”, il 2021 sarà quello del “crollo della natalità”, con un numero di nuovi nati che per la prima volta nella storia repubblicana scenderà sotto le 400mila unità. Un dato su tutti dà l’idea di quanto cambierà da qui al 2070 la popolazione italiana: quell’anno gli ultra 95enni saranno oltre i due milioni, oggi sono 800mila. 
Secondo Blangiardo, “occorre trovare nuove modalità di interazione tra generazioni in termini di attività economica”: il Paese non può perdere forza lavoro senza che possa essere sostituita. Anche questo significa occuparsi di welfare.



IL MODELLO VINCENTE DELLA PREVIDENZA INTEGRATIVA

Che il welfare sia sbilanciato verso la parte previdenziale è cosa nota e ribadita dal rapporto. Eppure, proprio nel capitolo previdenza il modello integrativo può essere considerato una storia di successo. Ne ha parlato diffusamente Riccardo Cesari, consigliere di Ivass nella sua presentazione, spiegando che il modello della previdenza integrativa ha funzionato, nonostante tutto. “In vent’anni – ha spiegato Cesari –, i fondi negoziali hanno avuto una crescita dell’80%, surclassando Tfr e salari. Le riforme sono state virtuose perché se da un lato hanno tagliato il primo pilastro, dall’altro è arrivata una compensazione dal pilastro integrativo, con una vigilanza adeguata e dedicata, piena trasparenza e un po’ di concorrenza”. 
Al momento, invece, nella sanità non si è visto nulla di simile, ma solo tagli al primo pilastro. La spesa intermediata è quasi inesistente (4 miliardi di euro l’anno), la vigilanza non esiste e questo pesa su efficienza e fiducia. “Occorre un sistema tripartito tra Stato, imprese e terzo settore, che si basi su universalità, efficienza e qualità relazionale”, ha concluso Cesari. 

  

COME INVESTIRE IN NATALITÀ

Ma se il debito demografico sarà una tenaglia che stringerà le giovani generazioni, quali sono le risposte del governo? Assegno unico, parità salariale, misure che dal 2022 stimoleranno l’inclusione femminile nel mondo del lavoro, sono solo alcune delle iniziative messe in campo dall’esecutivo Draghi. 
In particolare di assegno unico ha parlato la ministra delle Pari opportunità e della famiglia, Elena Bonetti, che della misura è l’ideatrice. 
La demografia, ha argomentato Bonetti, è una “fragilità sistemica”, e quindi è necessario affrontarla per ridisegnare il modello Paese: “oggi investire in natalità – ha detto la ministra – attiva un processo reale di riforma del Paese. L’investimento nel welfare non può essere solo protettivo ma dev’essere proattivo”. L’assegno unico vale 20 miliardi di euro all’anno “investiti in famiglie, con un approccio universalistico”. Sarà fondamentale dare una stabilità strutturale, ecco perché, ha concluso Bonetti, “non si tratta solo di un strumento di welfare assistenziale ma di una vera e propria integrazione fiscale”.

NON C’È LAVORO SENZA IMPRESA

Tuttavia, i trend demografici, come ha sottolineato Cimbri in chiusura dell’evento, non s’invertono in un paio d’anni: “il Paese che invecchia deve favorire un’immigrazione di qualità, e invece noi subiamo un’emigrazione di eccellenze, con i giovani migliori che vanno all’estero, con il grande paradosso che nel nostro Paese la qualità della vita è tra le migliori al mondo”. 
Tutto si tiene e tutto dipende dal lavoro, secondo il numero uno del gruppo Unipol. “Il lavoro – ha concluso Cimbri – c’è se c’è impresa: occorre tornare a creare le risorse. Se non si rimuovono gli ostacoli che limitano la capacità di intraprendere, non è possibile creare posti di lavoro e quindi sostenere la demografia e il welfare.

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