GENDER EQUALITY, L’IMPATTO DEL COVID-19

Gli effetti economici della pandemia, secondo una serie di studi di Axa e Università Bocconi, sono ricaduti principalmente sulle donne: meno posti di lavoro, perdita dell’indipendenza economica e aumento delle mansioni domestiche. Adesso serve uno sforzo comune per trasformare la she-cession in she-recovery

GENDER EQUALITY, L’IMPATTO DEL COVID-19 hp_stnd_img
👤Autore: di Giacomo Corvi Review numero: 93 Pagina: 22
Le donne sono state le prime vittime della crisi economica innescata dalla pandemia di coronavirus. Calo dei livelli occupazionali, perdita dell’indipendenza economica, sensibile aumento del tempo destinato a casa ai lavori domestici e alla cura di figli e familiari non autosufficienti. Insomma, tutto quello che non serviva (e non serve) per tentare di colmare un gap, quello appunto di genere, che proprio negli ultimi anni stava iniziando a mostrare timidi segnali di risanamento. Ecco perché nella letteratura accademica si è cominciato a parlare di she-cession, in contrapposizione alla he-cession che aveva invece caratterizzato la crisi finanziaria del 2008. Ed ecco perché, come emerso nel corso di un evento organizzato dall’Axa research lab on gender equality, c’è adesso bisogno di quella che è stata ribattezzata una she-recovery: una ripresa che tenga finalmente conto delle esigenze e delle prerogative dell’universo femminile.
Svoltosi a Milano lo scorso 7 marzo, alla vigilia della giornata internazionale della donna, l’evento è stato intitolato (non a caso) Gender equality: challenges ahead from she-cession to she-recovery. E ha costituito una vetrina privilegiata per le tante evidenze emerse nel lavoro del laboratorio promosso dal Research Fund di Axa e dall’Università Bocconi di Milano. Il tutto alla presenza di numerosi esponenti del mondo accademico, dell’imprenditoria e delle istituzioni, che hanno così avuto modo di analizzare e approfondire ulteriormente i risultati delle ricerche condotte dal laboratorio.



IL VALORE DELLA CONOSCENZA

Fin dalle battute iniziali, già nei saluti introduttivi affidati al rettore dell’ateneo, Gianmario Verona, è stato più volte rimarcato il valore della conoscenza nell’analisi dello scenario sociale e, di conseguenza, nella risoluzione delle criticità che minano la naturale diffusione del benessere. Del resto, l’obiettivo del laboratorio lanciato dal gruppo assicurativo è proprio quello di “promuovere la conoscenza e far aumentare la consapevolezza necessaria affinché la società progredisca sulla strada dell’uguaglianza, per creare una cultura del cambiamento”, ha affermato in apertura Giacomo Gigantiello, ceo di Axa Italia.
Il tema, chiaramente, riguarda anche il divario che separa tuttora uomini e donne. “Abbiamo fatto progressi significativi, ma c’è ancora molta strada da fare”, ha commentato. “Le donne – ha proseguito – sono fondamentali per lo sviluppo economico e sociale, sono una vera forza vitale”. E il gruppo Axa, nella visione del top manager, ha “un ruolo chiave da svolgere per contribuire a realizzare una società inclusiva e resiliente. Questo – ha detto – fa parte del nostro purpose: agiamo per il progresso umano, proteggendo ciò che conta, ed è ciò che ci impegniamo a sviluppare nella nostra attività quotidiana, verso le nostre persone, i clienti e la società, perché è fortemente ancorato alla nostra cultura aziendale, basata su inclusione, diversità e cura”.

MENO POSTI DI LAVORO

Punto di partenza dell’evento è stata la constatazione che la crisi economica innescata dalla pandemia non è stata una crisi gender neutral: le donne ne sono uscite (e ne stanno tuttora uscendo) molto peggio degli uomini. Paola Profeta, ordinaria di Public Economics e direttrice del laboratorio promosso da Axa e Università Bocconi, ha innanzitutto evidenziato come i settori industriali maggiormente colpiti dalla pandemia e dalle misure di contenimento fossero anche i settori a occupazione prevalentemente femminile. 
“L’84% delle donne lavoratrici è impiegata nel settore dei servizi”, ha commentato Profeta. Ed è proprio in questo ambito, in particolare nel turismo, nella ristorazione e nelle cure domestiche, che il coronavirus ha colpito più duramente: molte industrie del settore hanno dovuto chiudere i battenti e numerosi contratti a tempo determinato non sono stati rinnovati. Il risultato è stato, insomma, una forte perdita di posti di lavoro. E così, come ha spiegato Profeta, “il tasso di occupazione femminile in Italia, dopo un certo periodo di crescita, è tornato sotto la soglia del 50%: in pratica, nemmeno la metà delle donne ha un posto di lavoro. Ciò si è ripercosso in una perdita delle fonti di reddito e, di conseguenza, in una forte diminuzione del livello di indipendenza economica che le donne erano riuscite a raggiungere negli ultimi anni.



PIÙ LAVORO A CASA

L’altra grande novità della pandemia è stata lo smart working. A lungo visto come un meccanismo intelligente (smart, appunto) per bilanciare lavoro e vita privata, il cosiddetto lavoro a distanza si è invece rivelato una sorta di trappola per le donne lavoratrici: il carico di mansioni di domestiche, già pesante prima della pandemia, è aumentato e, stando ai numeri, non è stato equamente spartito col partner.
“Inizialmente si era ipotizzato che la convivenza domestica per l’intera giornata potesse favorire una più equa divisione delle mansioni di cura della casa e assistenza dei figli”, ha osservato Profeta. “Invece – ha aggiunto – così non è stato”. La ricerca, a tal proposito, ha evidenziato che il 65% delle donne ha aumentato il tempo dedicato ai lavori domestici, portandolo a una media di quasi tre ore giornaliere. La stessa cosa, per contro, si verificata soltanto nel 40% degli uomini, con il tempo destinato alle faccende domestiche che è passato dalle precedenti 1,26 alle attuali 1,57 ore giornaliere. “In un paese come l’Italia, da decenni agli ultimi posti in Europa per il tasso di occupazione femminile, la pandemia ha acutizzato gli squilibri pre-esistenti”, ha constatato Profeta. Non è assolutamente positivo, ha proseguito, “vedere che in realtà le donne hanno aumentato più degli uomini l’attività di cura, e che siamo distanti da un utilizzo virtuoso del lavoro flessibile”.



MISURE PER UNA CRISI GLOBALE

Le difficoltà generate dal coronavirus non hanno riguardato soltanto le donne in Italia. Come hanno illustrato Libertad González, professoressa associata della Barcelona Gse Pompeu Fabra e della Barcelona Gse, e Almudena Sevilla, professoressa all’Ucl, l’impatto economico della pandemia si è fatto sentire anche sulle donne di Spagna, Stati Uniti e Regno Unito. Un risultato paradossale, visto che, stando ai risultati della ricerca, l’universo femminile si è dimostrato più consapevole dei rischi di contagio e più rispettoso delle misure di contenimento adottate dalle diverse autorità nazionali: per il 59% delle donne il Covid-19 costituisce un rilevante problema di salute, contro il 48,7% degli uomini.



A conti fatti, seppur con le dovute differenze, nessuno Stato del mondo può dirsi dunque immune agli effetti della pandemia sull’uguaglianza di genere. E nessuno ha ancora raggiunto una equa distribuzione delle risorse e delle opportunità fra uomo e donna. La crisi, insomma, è globale. E, in quanto tale, necessita di una risposta coordinata e comune per favorire la risoluzione di una criticità che riguarda tutti. Dall’evento è emerso come tutti debbano fare la propria parte per colmare il gap di genere: dalle istituzioni pubbliche alle imprese private, passando per il mondo accademico e per le iniziative, come quella presentata da Axa, che possono favorire la conoscenza e il dibattito sull’argomento.

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