RISCHIO CATASTROFI, UNA CULTURA DIVERSA PER LE IMPRESE

In un paese come l’Italia, sottoposto a terremoti e dissesto idrogeologico, stupisce che ancora la gestione del pericolo catastrofale sia così arretrata. Lo imparano a proprie spese le molte aziende che subiscono un evento naturale, e che hanno sempre sottovalutato l’importanza di una copertura o di un’adeguata prevenzione

29/05/2014
👤Autore: Maria Moro Review numero: 14 Pagina: 14 - 16
Le gestione del rischio passa per prima cosa dalla capacità di prevederlo: da questa presa di coscienza conseguono le azioni di prevenzione e le diverse forme di tutela. Parlando di catastrofi naturali, e in particolar modo di terremoti, risulta oggi evidente come si stiano affinando gli strumenti di analisi forniti dalla scienza a scopo di prevenzione, mentre parallelamente la cultura della tutela del rischio legato a disastri naturali è ancora limitata a un contenuto numero di aziende, dotate di struttura di risk management o semplicemente più accorte. 

È questa l’estrema sintesi del convegno Emergenze e crisis management: istruzioni per l’uso, organizzato da Anra, l’associazione italiana dei risk manager e responsabili assicurativi aziendali. Le soluzioni per prevedere e contenere i danni da terremoto ci sono e potrebbero essere applicate nell’ambito di un disegno complessivo di presa d’atto e azione, così come avviene in altri Paesi esposti a dannosi eventi naturali: nel 2013, un terzo dei danni causati a livello mondiale dalle catastrofi naturali era assicurato, la percentuale in Europa sale al 50%, tranne in Italia dove è pari al 10% del totale dei danni, paragone impietoso con la situazione in Nuova Zelanda, dove i danni assicurati nell’ultimo grave terremoto erano pari al 78%. 

I passi in avanti nell’analisi del rischio sismico sono stati illustrati da Marco Santulin e Denis Sandron, del Centro ricerche sismologiche dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale, che attraverso l’esemplificazione di alcuni progetti hanno chiarito quali sono i criteri che permettono di calcolare la potenziale dannosità di un terremoto. Da questi si possono determinare mappe di pericolosità estremamente precise, e più nello specifico le curve di pericolosità di un sito: la pericolosità sismica, associata alla vulnerabilità e al valore esposto, determina il rischio sismico. Analisi di questo tipo sono state realizzate, ad esempio, per valutare la rischiosità del progetto Tap, il gasdotto che dalla Turchia arriva in Puglia. 





VALUTARE IL PATRIMONIO PER CAPIRE LE AZIONI DA COMPIERE

Le imprese che si affidano ai risk manager, o che hanno l’accortezza di valutare l’impatto di un danno catastrofale, possono contare oggi su una serie di strumenti di analisi per quantificare il patrimonio, definire l’impatto strategico di un sito e decidere come operare per prevenire o trasferire il rischio. Come dimostrato dal caso di Telecom Italia, è possibile creare un data base aziendale di oltre 10 mila siti, incrociando una serie di dati per determinare il rischio sismico di ognuno: una fonte di informazioni su cui trattare con le compagnie assicurative. Altro esempio è il caso illustrato da Prysmian Group, relativo alle attività di analisi del sito, valutazione e messa in sicurezza di uno stabilimento strategico: un progetto concluso con la definizione di un disaster recovery plan che include ogni aspetto, dalle azioni di tutela dell’immagine e comunicazione al mercato fino al trasferimento della produzione. A fronte di casi di eccellenza come i due presentati, i fatti recenti, come il terremoto in Emilia Romagna, dimostrano purtroppo che la cultura della gestione del rischio sismico non appartiene alla maggior parte delle Pmi. In questo campo, le compagnie assicurative possono svolgere, con adeguati strumenti e competenza, un importante ruolo di sensibilizzazione per impedire che il 40% di coloro che subiscono un blocco di tre mesi dell’attività falliscano entro due anni dall’evento critico. 





TRA TUTELA DEL PATRIMONIO E RESPONSABILITA' SOCIALE

Il tema della cultura del rischio catastrofale nelle imprese è stato al centro della tavola rotonda svoltasi nel corso del Convegno Emergenze e Crisis Management: istruzioni per l’uso organizzato da Anra: al dibattito hanno partecipato Giancarlo Dalle Fratte, responsabile property di GC&C Italia Generali Italia, Daniele Ortelli, head of loss prevention di GC&C Italia Generali Italia, e Paolo Tassetti, property and technical lines manager di Ace Group. In apertura, è stato fatto notare come ciò che distingue i casi d’eccellenza di molte aziende italiane dalla moltitudine di imprese (non solo Pmi) prive di ogni forma di prevenzione è proprio la mancanza di cultura del rischio, a partire dalla valutazione del sito dello stabilimento e della sicurezza strutturale dello stesso. Secondo Ortelli, per colmare in parte la distanza tra le diverse realtà si dovrebbe invitare gli imprenditori a eseguire una macro analisi su quattro questioni fondamentali: la rischiosità del sito dove sorge lo stabilimento, la data di costruzione (e quindi in base a quali norme edilizie è stato progettato), l’analisi della struttura e il valore strategico per il business. Fatto ciò, per Giancarlo Dalle Fratte diventa anche più semplice definire un pricing corretto per la compagnia, formato dall’analisi del rischio sismico e dal business continuity plan predisposto dall’impresa. 
Partendo dai casi specifici delle imprese, la discussione si è estesa al contesto più generale di controllo del rischio catastrofale e del ruolo delle istituzioni. Alessandro De Felice, Cro di Prysmian Group, ha fatto notare come una concausa del disinteresse per la tutela dal rischio sismico sia anche un approccio poco incisivo delle amministrazioni pubbliche e della politica nazionale sul rispetto delle norme sulla sicurezza o, a livello più alto, su decisioni concrete in merito alle coperture catastrofali obbligatorie. La posizione di Anra, chiarita da Paolo Rubini presidente dell’associazione, evidenzia la necessità di un sistema che preveda l’obbligatorietà della copertura catastrofale all’interno della polizza danni, ma associata a concrete attività di prevenzione e controllo del rischio. Tutti gli intervenuti hanno concordato sul fatto che l’obbligatorietà sia una soluzione che va a toccare molti punti del problema catastrofi naturali: se si intendono ad esempio le catastrofi come problema della collettività prima che dei singoli, la copertura danni diventa anche un dovere civico a tutela di tutti gli stakeholder. Al contrario, la copertura danni sottoscritta da un’azienda all’interno di un sistema di non obbligatorietà diventa una garanzia limitata agli impianti e al patrimonio, che necessariamente non tutela dalle difficoltà derivanti dall’assenza di prevenzione e coperture – ad esempio – da parte di fornitori locali. La logica collettiva delle coperture da danni catastrofali permetterebbe inoltre, secondo Dalle Fratte e Ortelli, di evitare le conseguenze di un mercato selettivo per compagnie e aziende; come ha sottolineato Tassetti, non va inoltre sottovalutato che l’obbligatorietà associata ad un fondo statale può garantire premi più equi e non differenziati in maniera marcata tra zone a rischio e non a rischio.

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