IL FONDO NON VADA A FONDO

Accettare il contributo economico delle compagnie e trasformare lo strumento previdenziale in una sorta di Pip, oppure chiedere sacrifici economici agli iscritti per preservare i principali istituti solidaristici? Sembrerebbe questo il bivio di fronte al quale si trovano attualmente gli agenti, costretti a dover salvare Fpa per evitare un grave danno d’immagine.

IL FONDO NON VADA A FONDO hp_vert_img
Autore: Beniamino Musto Numero Review: 14 Pagina: 22 - 23
Il nodo legato al destino del Fondo pensione agenti (Fpa) è stato il tema che più ha animato il forum Gaa organizzato da Anapa e Unapass, svoltosi a Milano lo scorso 15 aprile, il secondo in forma congiunta dopo quello di Bussolengo del 28 gennaio. Alla platea, composta da circa 120 intermediari tra presidenti e membri delle giunte esecutive di 22 gruppi agenti, è stato il presidente di Fpa, Francesco Pavanello, a illustrare le possibili vie d’uscita per salvare il fondo dal commissariamento della Covip.

Il fondo, ha ricordato Pavanello, attualmente garantisce la pensione di invalidità, quella di reversibilità e l’assegno ai superstiti. Istituti, questi, che hanno un profondo significato per gli agenti, in quanto rappresentano in forma concreta il concetto di solidarietà della categoria. “L’Ania – ha rivelato –, nell’incontro dello scorso 8 aprile, ha affermato di essere disposta a concorrere a una soluzione, purché sia definitiva”. Sebbene il disequilibrio del fondo sia attuariale e non finanziario, resta il fatto che il fabbisogno emerso non sia affatto irrisorio: 786 milioni di euro, che dopo ulteriori stress test si è ridotto a 706 milioni. 

Le strade percorribili per salvare il Fondo, secondo Pavanello, sono due: la prima prevede che siano gli agenti a contribuire economicamente, nel tempo, al riequilibrio del fondo, preservandone così i principali istituti di solidarietà interni alla categoria; la seconda, invece, vedrebbe il coinvolgimento economico diretto delle compagnie assicurative. L’Ania, ha rivelato Pavanello, sembrerebbe orientata verso quest’ultima soluzione che, nel dettaglio, prevede il passaggio del fondo da un regime a prestazione definita a uno a contribuzione definita, garantendo la possibilità di reversibilità e la pensione ai superstiti. Tuttavia, su quest’ultimo aspetto, il presidente di Fpa si è detto scettico perché se si dovesse percorrere questa strada, il fondo si trasformerebbe in un Pip. Il pericolo è che possano venire a mancare tutte le tutele di solidarietà, facendo perdere al fondo il proprio significato intrinseco, spingendo le compagnie a gestirlo in maniera autonoma. “Quando abbiamo esaminato le due ipotesi di soluzione per riequilibrare Fpa – racconta – abbiamo rivolto la nostra attenzione alla prima ipotesi di soluzione che, nel dettaglio, prevede il riequilibrio mantenendo i principali istituti solidaristici, attraverso un contributo economico ripartito tra pensionati e iscritti attivi”. 

Questa soluzione, secondo Pavanello, sarebbe sostenibile in virtù del fatto che i pensionati attuali ricevono emolumenti pressoché doppi rispetto a quelli adeguati; oltre a ciò, allo stato attuale, anche gli iscritti attivi avrebbero un’aspettativa pensionistica molto più elevata. Seguendo questa strada, il riequilibrio dovrebbe passare da un taglio delle pensioni attualmente erogate tra il 10% e il 20%, a cui si andrebbe ad aggiungere “uno sforzo economico da parte degli iscritti attivi”, che dovrebbero versare una quota di 1500 euro annuali da spalmare in più di anni. Fpa è costituito da due gestioni: una ordinaria e una integrativa, percorrendo questa strada verrebbero riformulate queste due differenze, trasformando il tutto in un unico canale di gestione integrativa, che rispetterebbe il concetto di capitalizzazione individuale attorno all’85%, mantenendo una quota del 15% di equilibrio intergenerazionale di solidarietà. “Se siamo una categoria – ha ribadito ancora una volta Pavanello – il primo criterio che ci deve tenere uniti è quello della solidarietà”. 



UN DANNO DI IMMAGINE DA SCONGIURARE

Nel corso dell’ultimo forum Gaa di Anapa e Unapass, la relazione di Francesco Pavanello, presidente del Fondo pensione agenti, ha scatenato un animato dibattito a cui ha fatto eco l’intervento di Claudio Cacciamani, professore di gestione dei rischi e delle assicurazioni presso l’Università di Parma e consulente esterno chiamato da Anapa per analizzare la situazione di Fpa e valutare la migliore ipotesi di soluzione. “Leggendo i bilanci del fondo – ha spiegato Cacciamani – le cause che hanno portato allo sbilancio prospettico erano abbastanza prevedibili”: allungamento della vita degli iscritti e la loro riduzione in termini di numerici. Il professore ha poi avvertito che se il salvataggio di Fpa non dovesse andare a buon fine e il fondo andasse in liquidazione coatta, si correrebbe il rischio di un grave danno reputazionale per chi, come gli agenti, tutti i giorni intermedia strumenti previdenziali. “Bisogna stare attenti a non mettere una pezza nuova a un abito vecchio: il tempo non gioca a vostro favore – ha ricordato Cacciamani – ma voi agenti siete condannati a dover salvare il fondo”. La fase è molto delicata, perché va trovata in fretta una soluzione strutturale, e non congiunturale: come ha sottolineato Vincenzo Cirasola, presidente di Anapa, “salvare il fondo è prioritario, ma prima di chiedere sacrifici ai nostri iscritti la situazione va analizzata a 360 gradi, anche con il supporto di tecnici esterni”. 

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