PENSIONI PIÙ FORTI DELLA PANDEMIA

Il sistema previdenziale italiano ha superato bene la prova del coronavirus: come ha illustrato Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, l’assetto pensionistico ha retto all’urto del Covid-19. Maggiori preoccupazioni destano invece sanità e assistenza

PENSIONI PIÙ FORTI DELLA PANDEMIA hp_stnd_img
👤Autore: Giacomo Corvi Review numero: 88 Pagina: 34
Le prospettive della vigilia non erano delle migliori. E invece il sistema previdenziale italiano ha superato bene la prova della pandemia, rivelandosi inaspettatamente più forte del coronavirus. “Tutte le previsioni volgevano al pessimismo”, ha esordito Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, in apertura di una sessione del Salone del Risparmio dedicata completamente alla materia previdenziale. “Il nostro sistema ha retto bene – ha aggiunto – e ha mostrato una capacità di tenuta che pochi avevano il coraggio di attribuirgli”.
Il pilastro pubblico, nel dettaglio, è rimasto sostanzialmente in equilibrio. Certo, alcune difficoltà ci sono state. Il disavanzo di sistema, per esempio, è passato dai 20,9 miliardi di euro del 2019 ai 24,8 miliardi di euro dell’anno successivo. E il rapporto fra attivi e pensionati è risultato in leggero deterioramento, allontanandosi dal livello ottimale di 1,5 e attestandosi a quota 1,42. Brambilla si è detto tuttavia fiducioso. Innanzitutto perché il disavanzo di sistema, ha spiegato, “non è esploso come si temeva, generando ora prospettive di recupero a partire già dai prossimi anni”. E poi perché anche il rapporto fra attivi e pensionati dovrebbe seguire un andamento simile, avvicinandosi a un livello più sostenibile entro il 2023.

LA TENUTA DEI FONDI PENSIONE

Anche la previdenza complementare ha retto e superato la sfida della pandemia. “I fondi pensione sono migliorati per patrimonio, flussi e iscritti”, ha commentato Brambilla. Nello specifico, il patrimonio del settore ha sfiorato nel 2020 quota 197 miliardi di euro, confermando l’Italia al 14esimo posto della classifica dei Paesi Ocse per risorse messe a bilancio dai fondi pensione. I primi della classe restano lontanissimi, ma la tenuta del pilastro complementare durante la pandemia di coronavirus è comunque un segnale positivo. Soprattutto per un settore che, almeno nell’immaginario collettivo, viene sempre considerato fragile e acerbo. I dati elencati da Brambilla ci dicono tutt’altro: il mercato della previdenza complementare, ha osservato, “sta raggiungendo anche in Italia dimensioni di tutto rilievo”.
Bene anche sul fronte dei rendimenti, con quasi tutti gli operatori del settore che, nonostante le difficoltà dei mercati finanziari, sono riusciti a centrare rendimenti positivi: +3,1% per i fondi negoziali, +2,9% per i fondi aperti, +2,6% per i fondi preesistenti e +1,4% per le gestioni separate. In territorio negativo soltanto il settore delle unit-linked, che ha chiuso l’annata con un -0,2%, ma la performance complessiva del mercato resta comunque positiva: i cosiddetti rendimenti obiettivo, ossia Tfr, inflazione e media quinquennale del Pil, si sono attestati rispettivamente a 1,2%, -0,2% e 2%.



IL PATRIMONIO DEGLI INVESTITORI ISTITUZIONALI

Promosso anche il mercato degli investitori istituzionali. Nel 2020, secondo i numeri del centro studi, il patrimonio del settore è cresciuto del 3,97% su base annua e ha raggiunto quota 953,81 miliardi di euro: giusto per avere un’idea, è più della metà del Pil (58%) e più del doppio dei 404,11 miliardi di euro che si registravano prima dello scoppio della grande crisi finanziaria.
Nel dettaglio, il patrimonio di casse privatizzate, fondazioni di origine bancaria e operatori del cosiddetto welfare contrattuale (fondi negoziali, fondi preesistenti e forme di assistenza sanitaria integrativa) si attestava a 142,85 miliardi di euro. Aggiungendoci anche le risorse di quello che viene definito welfare privato (fondi aperti, pip e compagnie assicurative), la cifra sale di ulteriori 683 miliardi di euro e raggiunge la già citata cifra complessiva di 953,81 miliardi di euro: abbastanza per poter dire che il settore ha chiuso bene un anno difficile come il 2020.

LE CRITICITÀ DEL WELFARE

Tutto bene, dunque? Non proprio, perché è inevitabile che un anno (e più) di pandemia si faccia sentire. “Il debito pubblico è cresciuto nel 2020 di 160 miliardi di euro e la spesa pubblica complessiva dello Stato è arrivata a 946 miliardi di euro”, ha illustrato Brambilla. Oltre la metà della spesa pubblica (511 miliardi di euro) è andata a pensioni, assistenza e sanità. Ma se il pilastro previdenziale è, come visto, sostanzialmente in equilibrio e risulta per oltre il 90% finanziato da contributi di scopo, lo stesso non si può dire per i circa 220 miliardi di euro che sono andati ad assistenza e sanità. “Sono esborsi che gravano completamente sulla fiscalità generale: non bastano nemmeno tutti i 175 miliardi di euro di Irpef per coprire le spese destinate a sanità e assistenza”, ha osservato il presidente di Itinerari Previdenziali. “Credo – ha aggiunto – che bisognerebbe lavorare su questo, prima ancora che sulle pensioni e sull’annunciata fine di quota 100”.
Altro tasto dolente è poi quello dell’occupazione. “Il tasso di occupazione in Italia è fermo al 58%: siamo praticamente il fanalino di coda dell’Europa”, ha illustrato Brambilla. “È un fronte su cui dobbiamo lavorare, magari sfruttando le risorse del Next Generation Eu – ha concluso – per rilanciare l’occupazione e rendere così più sostenibile anche il sistema previdenziale”.

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