CONDIVISIBILE E ASSICURABILE

Sempre più persone scelgono di utilizzare oggetti messi in comune, invece di acquistarli: è la tendenza che contraddistingue la sharing economy, pratica di consumo che pone le imprese di fronte a una nuova sfida. Secondo Ivana Pais, docente di sociologia economica, si sta aprendo un mercato enorme, ma per cogliere le opportunità offerte è necessario che il meccanismo assicurativo faccia un salto di qualità

15/04/2015
👤Autore: Beniamino Musto Review numero: 22 Pagina: 61 - 63
Pensate a un trapano. Un oggetto  normalmente acquistato in occasione di qualche lavoro da fare in casa, e che poi è effettivamente preso in mano una sola volta all’anno, forse meno. Con un tasso di utilizzo così basso, un buco nel muro finisce per costare decine di euro. Ma se, invece di possedere tutti un trapano, ce ne fosse uno a disposizione di chi lo volesse utilizzare (magari pagando una micro-somma)? L’esempio del trapano è quello cui si ricorre più spesso per spiegare ai profani il principio alla base del consumo collaborativo, o, per dirla all’inglese, della sharing economy. Un vero e proprio modello economico a sé stante, costruito su pratiche di scambio e condivisione di beni e servizi tra le persone. Una consuetudine ormai già arrivata a uno stadio avanzato: anche i più distratti non avranno potuto fare a meno di accorgersi di quanto capillari siano diventati servizi come il bike sharing o il car sharing, sempre più radicati nelle nostre città. 


UN APPROCCIO COMPLETAMENTE NUOVO

L’ascesa di questo nuovo modello di consumo impone una riflessione anche al mondo assicurativo, chiamato a rispondere a nuovi bisogni, ma in uno scenario del tutto nuovo. Secondo Ivana Pais, docente di sociologia economica all’Università Cattolica di Milano, “le sfide che la sharing economy mette di fronte al mondo delle assicurazioni sono molte, perché tradizionalmente questa industria si è basata su un approccio completamente diverso”. Gran parte delle piattaforme che mettono in relazione tra loro persone che scambiano beni e servizi manifestano bisogni di protezione del tutto nuovi, ma fanno molta fatica a trovare polizze che coprano i loro beni. Per questo, secondo Pais, è necessario che il meccanismo assicurativo faccia un salto di qualità. Per citare un ambito in cui sono sorte nuove esigenze, Pais prende in considerezione l’esempio di AirBnb, piattaforma che consente a chiunque di mettere a disposizione di un altro utente la propria abitazione quando ci si assenta. In questo caso, racconta, “l’esigenza di dotarsi di una polizza assicurativa è sorta in seguito allo sfortunato caso di una persona che, dopo aver lasciato la propria casa in mano a un altro utente, se l’è ritrovata completamente devastata”.






NECESSARI INVESTIMENTI DEDICATI

“Da un lato – spiega Pais – quello rappresentato dalla sharing economy è un mercato che si sta aprendo sempre di più, e che inizia a essere approcciato dal settore assicurativo; dall’altro lato, però, le compagnie hanno delle grandi difficoltà di adattamento alle dinamiche del consumo collaborativo perché, trattandosi di servizi e modalità completamente nuovi, non c’è una serie pregressa di sinistri in base a cui considerare il rischio”.
L’opportunità è comunque pronta per essere colta, ma, avverte Pais, “occorre fare investimenti dedicati perché bisogna comprendere a fondo le dinamiche di quello che è un settore per gran parte inesplorato”. Uno dei primi comparti a sbarcare in questo mercato è stato quello auto, settore in cui è stato più facile trovare delle soluzioni, in quanto può utilizzare modelli molto simili a quelli utilizzati per le assicurazioni delle flotte di vetture destinate al noleggio. Ma bisogna pensare che, esattamente come accade con l’auto, è possibile mettere in condivisione qualsiasi tipo di oggetto: “all’interno di questo enorme mercato che si sta aprendo iniziano a muoversi anche molte start up italiane, lamentando tuttavia grande difficoltà nel trovare interlocutori assicurativi disposti a coprire alcuni rischi”. Anche nello stesso ambito dell’auto ci sono ancora difficoltà in tal senso, “non nel car sharing, ma nel car pooling (la condivisione di automobili private tra un gruppo di persone) e in particolare quando sono io che decido di cedere ad altri la possibilità di utilizzare la mia autovettura in mia assenza: servizi di questo tipo sono già presenti in altri Paesi europei”. 






INTERLOCUTORI DEI CITTADINI

Qual è dunque il salto di qualità che il settore può fare? Secondo Ivana Pais, il nuovo approccio consiste “nel porsi come interlocutore al livello di cittadini, invece che come interlocutore di organizzazioni che erogano servizi a privati. Tradizionalmente abbiamo in mente l’azienda che produce un bene o eroga servizi. Il nuovo modello assomiglia invece più a una piattaforma che, anziché erogare direttamente beni o servizi, diventa un punto di riferimento per le persone che vengono a contatto attraverso di essa. Per fare un esempio, AirBnb, non eroga direttamente beni o servizi: non ha alcuna casa di sua proprietà ma consente a dei privati di utilizzare e scambiarsi tra di loro le proprie abitazioni”. Alcuni player assicurativi hanno già iniziato un percorso di riflessione strutturato per capire come riuscire a operare nell’ambito della sharing economy. È il caso del gruppo Unipol che con la sua Fondazione Unipolis ha dato vita a un incubatore di start up entrate nella sharing economy. Secondo la professoressa, l’operazione è stata molto utile, sia per Unipol, sia per le aziende incubate, grazie alla possibilità di entrare in relazione diretta. 


TECNOLOGIE PENSATE PER ESSERE DUREVOLI

Dal punto di vista delle tecnologie a supporto dei servizi, ciò che emerge è che con il consumo collaborativo ogni bene messo in condivisione è utilizzato a fondo, a differenza del modello produttivo attuale (dove si punta a produrre beni che non abbiano lunga durata perché, tanto saranno sostituiti). “Nella logica della sharing economy c’è l’interesse ad avere a disposizione strumenti che possano garantire una più lunga durata, e che quindi abbiano un’elevata qualità perché saranno utilizzati in maniera intensiva. Dunque occorre lavorare sulla qualità dei prodotti, e sulla produzione di beni di livello superiore che prevede investimenti anche più alti; cambia dunque, il modello produttivo”. 
Stiamo assistendo a un’ondata culturale nuova, avverte la professoressa Pais. E, sebbene i cambiamenti culturali spesso procedano molto lentamente, “le pratiche di consumo collaborativo sono già arrivate a un grado abbastanza avanzato. Un secolo fa poche persone potevano permettersi di possedere molti beni materiali. E quando sempre più persone hanno iniziato ad avere la reale opportunità di possedere sempre più beni, la tendenza è andata verso l’accumulo. Ora, invece – conclude – si va verso la direzione opposta: una sorta di riflusso, in cui le persone sono interessate più all’accesso che al possesso degli oggetti”. 


SHARITALY, DIBATTITI E IDEE SUL CONSUMO COLLABORATIVO

La professoressa Ivana Pais, docente di sociologia economica all’Università Cattolica di Milano, è anche l’organizzatrice di Sharitaly, il primo evento italiano dedicato al consumo collaborativo; lo scorso primo dicembre a Roma si è tenuta la seconda edizione: si è discusso della crescita delle pratiche collaborative, che iniziano a porre interrogativi anche al mondo politico. Nel corso dell’appuntamento si è provato a riflettere sul ruolo dell’innovazione tecnologica a supporto dello sviluppo economico e della coesione sociale, e su come riuscire a regolamentare le pratiche di consumo collaborativo senza soffocarle.

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