RC, UNA SFIDA CULTURALE PER LE IMPRESE
Le polizze di responsabilità civile sono tra le più acquistate dalle aziende, tuttavia questo avviene in un contesto di sottoassicurazione e la copertura, in termini di qualità e numeri, è ancora insufficiente. Secondo Gianluigi Lucietto, vicepresidente di Anra, l’esposizione reale alle minacce e gli eventuali contraccolpi finanziari dei risarcimenti sono materie che vanno approfondite con gli imprenditori e inserite in una logica complessiva di gestione del rischio
10/04/2026
Le coperture di responsabilità civile aziendale (responsabilità civile verso terzi Rct, responsabilità civile verso prestatori di lavoro Rco e responsabilità civile sui prodotti) possono essere considerate strumenti basilari per la protezione assicurativa di una realtà imprenditoriale. Esse vanno a coprire l’eventualità di dover risarcire i danni a terzi o a lavoratori che possono essere ricondotti alla responsabilità dell’azienda, trasferendo al mercato assicurativo il rischio di una perdita finanziaria che può raggiungere importi molto elevati e mettere a rischio la capacità finanziaria dell’impresa.
Nella logica della gestione del rischio, la sottoscrizione di una polizza va sempre considerata come il termine di una precedente valutazione dei rischi e delle successive azioni per ridurre l’esposizione. “La copertura di Rc generale, insieme alla copertura incendio, devono essere considerate come i salvavita dell’impresa, afferma Gianluigi Lucietto, vicepresidente di Anra e business developer per Gavio Global Risk solutions. Le polizze sono però degli strumenti. “Senza una attenta gestione dei rischi e della continuità operativa – aggiunge Lucietto – non si riesce a garantire la capacità di un’impresa di restare sul mercato. Gli strumenti assicurativi sono un supporto al risk management e non possono mai sostituire un’azione complessiva”.
Nel nostro paese, in ogni caso, anche solo parlare di semplice copertura assicurativa fa riemergere la questione del gap di protezione. Le imprese in Italia sono circa 5,1 milioni, di cui 4,9 rientrano nelle Pmi (Istat, dati 2024); tra tutte il 60% risulta assicurato, seppure in misure e ambiti diversi (dati relativi al 2024).
Secondo le rilevazioni presentate nel rapporto di Ania L’assicurazione italiana 2024-2025, sono 1,97 milioni le imprese che hanno sottoscritto una polizza Rct e 410mila una Rco; la forte differenza potrebbe rispecchiare il fatto che spesso le due coperture sono proposte in una soluzione assicurativa unica. I dati su cui si basa Ania sono quelli relativi a una quota di compagnie aderenti che rappresenta circa il 70% dei premi sul mercato italiano delle coperture incendio. La copertura Rct è la seconda per diffusione tra le imprese, dopo la polizza incendio (2,26 milioni) e prima di quella per gli eventi atmosferici (1,78 milioni); la Rco è al quinto posto, dopo la protezione da furto (540 mila). Assente tra le prime dieci garanzie più diffuse la Rc prodotto.
UN VULNUS PER IL SISTEMA IMPRENDITORIALE
“Stando a questi dati, sembrerebbe che circa la metà degli imprenditori abbia un’altissima propensione al rischio, perché non è assicurata per le richieste di risarcimento avanzate da terzi. Se guardiamo in particolare alla copertura Rco, si potrebbe propendere per un sistema imprenditoriale che si autoassicura inconsapevolmente, anche se va considerato che talune microimprese, formate da una o due persone, non valutano neppure l’opportunità avendo un rischio molto basso”, osserva Lucietto.
In un sistema imprenditoriale come quello italiano, basato su settori produttivi che avrebbero l’esigenza di tutelarsi dalle responsabilità per la produzione e la trasformazione dei prodotti, fa riflettere in particolare il dato sulla copertura Rc prodotto: “Una così ridotta copertura potrebbe far ritenere che chi ha acquistato la polizza lo abbia fatto forzatamente, per ottemperare a richieste di soggetti terzi o fornitori previste nei contratti, istanze di clienti o della pubblica amministrazione”.

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NORME DI RIFERIMENTO MA POCHI OBBLIGHI
Se si esula dalla scelta di opportunità (che è individuale) di proteggere il capitale aziendale in caso di sinistri che coinvolgono persone o cose e per i quali si può ricevere una richiesta di risarcimento, la responsabilità civile per le imprese non è richiesta come un obbligo di legge salvo in alcuni casi, quali la partecipazione a gare pubbliche. Essa deriva da principi normativi e responsabilità previste dall’ordinamento giuridico e da regolamenti di settore. “Il primo riferimento è il principio generale stabilito dal articolo 2043 del Codice Civile, secondo cui chi causa un danno ingiusto a terzi è tenuto a risarcirlo. Il secondo riferimento è l’articolo 2087 del Codice Civile, che stabilisce l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per tutelare l’integrità fisica e morale dei lavoratori. A questo si unisce il D.lgs. 81/2008, noto come Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, che sancisce la responsabilità dell’azienda in materia di prevenzione degli infortuni”, ricorda Lucietto. Su questo aspetto si innesta una riflessione per motivare il basso numero di aziende che hanno sottoscritto una Rco, cioè che i lavoratori dell’impresa sono già tutelati in caso di infortunio dall’Inail: “la responsabilità civile del datore di lavoro può però andare oltre le coperture pubbliche dell’Inail, ed è in questo caso che la copertura Rco interviene a protezione del suo interesse”.
Per quanto riguarda la Rc prodotto, le imprese manifatturiere o i distributori “sono soggetti a norme specifiche sulla responsabilità per prodotti difettosi, disciplinata nel Codice del consumo (D.lgs. 206/2005), in cui è stabilito che il produttore è responsabile dei danni causati da difetti del prodotto, anche quando non vi sia un rapporto contrattuale diretto con il danneggiato”, quindi anche se viene coinvolto un consumatore finale.
LA SICUREZZA È UN INSIEME DI FATTORI
Nel complesso, è opportuno che ogni impresa valuti la propria esposizione al rischio. In questo senso, oltre alle casistiche individuali, ci sono settori che sono oggettivamente più rischiosi di altri rispetto alla responsabilità del datore di lavoro. “È il caso della sanità e dei servizi alla persona, dell’impiantistica, dell’edilizia, delle attività nei settori della ristorazione e della trasformazione alimentare, in tutta la produzione industriale e manifatturiera e in genere in ambiti con rischio operativo elevato o se si gestiscono prodotti o lavorazioni potenzialmente dannose”, spiega Lucietto, con una classificazione nella quale non si fa distinzione dimensionale tra le imprese, essendo un rischio che riguarda tanto le grandi quanto le piccole realtà.
Per questa ragione, il primo passo da compiere è sempre la mappatura dei rischi a cui un’impresa può essere esposta: “se prima si effettua questa analisi e poi si mettono in atto azioni di mitigazione per priorità di impatto, gli strumenti assicurativi che verranno acquistati saranno migliori perché più puntuale sarà il loro impiego”, spiega Lucietto. In questo, anche la tecnologia può essere di supporto in una serie di momenti lungo tutto il processo di produzione e di distribuzione: controlli più precisi sulla qualità del prodotto, tracciabilità e monitoraggio dall’origine alla consegna, verifiche sulle condizioni ambientali e sistemi di sicurezza possono ridurre il rischio di difettosità e aumentare la sicurezza dei lavoratori e di altri terzi.
Ancora una volta, la sola copertura assicurativa può risultare poco efficace. “La resilienza di un’impresa – sottolinea il vicepresidente di Anra – è garantita dalla combinazione di tutti questi fattori e non dalla loro somma. Serve un approccio proattivo e non reattivo o di adeguamento on demand. Serve cultura in materia di gestione dei rischi e di continuità operativa, per accrescere la consapevolezza che un sinistro di responsabilità civile può avere effetti molto pesanti, risarcimenti elevati, spese legali e danni reputazionali”.
Per Lucietto c’è poi un ulteriore fattore che incide sulla sottoassicurazione, e cioè la disponibilità a investire il tempo necessario alla conoscenza dei propri rischi e alle soluzioni. Un aspetto che però non riguarda solo gli imprenditori, spesso propensi ad affrontare un problema solo quando emerge, ma anche gli stessi intermediari, quando sono guidati più da una logica di rapporto costo – beneficio che da una visione orientata al servizio al cliente.
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