L'ITALIA PIU' ATTENTA AI RISCHI

Cresce il risk management nelle imprese italiane e migliorano le performance economiche delle realtà più attente. Il maggiore interesse riguarda le fasi produttive; ancora sottovalutati i rischi ambientali; i più percepiti sono sicurezza sul lavoro e fisco. Penalizzate le aziende del Sud Italia, mentre l'alimentare primeggia. Ancora poche le risorse interne dedicate

14/10/2015
👤Autore: Laura Servidio Review numero: Edizione speciale FERMA Forum Pagina: 6 - 7
Il 74% delle aziende considera il risk management non più un costo, ma uno strumento per cogliere opportunità. È quanto emerge dal terzo Osservatorio Cineas (Consorzio universitario fondato dal Politecnico di Milano), presentato lo scorso giugno e realizzato su 257 aziende in collaborazione con Mediobanca e il contributo di UnipolSai Assicurazioni, che evidenzia, per chi gestisce il rischio, una redditività industriale del 20-30% superiore rispetto alle imprese che non investono nella prevenzione. 

Secondo l’identikit tracciato dal Cineas, le aziende che fanno risk management hanno un fatturato di circa 65 milioni di euro, una media di oltre 165 dipendenti e una quota export del 45% e destinano a questa attività il 3,5% del fatturato (2,3 milioni di euro per ogni impresa), per un totale di 590 milioni annui.

Una positiva evoluzione del concetto di rischio viene evidenziata anche dall’Osservatorio sul Risk Management nelle imprese italiane, realizzato da RiskGovernance in collaborazione con Anra e Confapi Industria, secondo cui l’81,9% del campione vede il rischio come opportunità da gestire attivamente, contro il 49,5% del 2013. E sono soprattutto le medie imprese a fare un balzo in avanti nell’adozione di tecniche di gestione dei rischi, passando dal 50% all’85% dell’analisi attuale e superando di misura anche le grandi imprese (82%). 





ATTENZIONE SU CYBER, PRODUZIONE E FISCO

Le macro aree di rischio maggiormente percepite dalle medie imprese italiane sono quella informatica (intesa come protezione dei dati aziendali, ma non come disaster recovery), di conformità legale e dei rischi operativi (su cui esistono specifiche e soddisfacenti coperture assicurative). 
La produzione rappresenta l’asset che attrae il maggiore impegno nell’attività di prevenzione e i rischi più percepiti e presidiati risultano la sicurezza sul lavoro, la solvibilità dei clienti e la regolarità degli adempimenti fiscali, a cui le medie imprese si sentono particolarmente esposte, per via del rischio sanzionatorio a essi associato e della complessità e ridondanza del quadro normativo e regolamentare.
Poco avvertiti, invece, il rischio finanziario, che prima era il più percepito ma che, oggi, vede solo il 6% delle aziende in condizioni di fragilità patrimoniale, e quelli connessi all’operatività sui mercati esteri, prevalentemente dell’Eurozona e quindi politicamente stabili e privi di rischi valutari. 





DISASTER RECOVERY, UN'AREA CRITICA

Scarsa sensibilità si registra sul rischio ambientale, dove le medie imprese si sentono adeguatamente garantite dalle coperture assicurative presenti sul mercato, sui rischi da danno reputazionale, il cui presidio, però, è associato ai maggiori miglioramenti della redditività delle imprese, e sul disaster recovery: un’area di potenziale arretratezza che necessita di diffusione di cultura. 


PMI: TRASCURATA LA FIGURA DEL RISK MANAGER

Il dato che più colpisce riguarda la mancanza di un approccio sistemico e globale alla gestione dei rischi: secondo il Cineas, pur destinando risorse notevoli a queste attività, le medie imprese italiane non hanno in organico un risk manager (solo nello 0,2% dei casi), delegandone le funzioni ai ruoli apicali o al cfo. Tuttavia, per il prossimo triennio, si prevede che un’impresa su quattro aumenterà il budget destinato al risk management.
Migliore la situazione nelle grandi aziende secondo l’Osservatorio RiskGovernance: il 47% ha una risorsa interna dedicata a tempo pieno alla gestione del rischio, nel restante 53% il rischio è gestito da una figura che ricopre anche altri ruoli. 




UN MERCATO DA SVILUPPARE

Per quanto riguarda l’acquisto di polizze, secondo il sondaggio Risk Management Benchmarking Survey 2014, condotto da Ferma, il mercato assicurativo dei rischi emergenti è ancora agli inizi: il 73% del campione italiano non ha copertura per il cyber (rispetto a una media europea del 72%) e si registra un certo ritardo anche nell’emissione delle polizze, che si sintetizza in una lentezza nella gestione dei contratti. Il 31% è emesso tre mesi dopo l’inizio, contro una media europea del 14%. 
In ultimo, uno stimolo per il mondo assicurativo. Dalla ricerca Cineas, emerge l’opportunità di adottare un approccio globale alla prevenzione e alla crescita di nuove competenze specialistiche, promuovendo quella cultura assicurativa che ancora manca nel tessuto produttivo del nostro Paese. 


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