A UN GRATTA & VINCI DALLA PENSIONE

Occhi puntati sulla previdenza: il sistema, dicono tutti, non è sostenibile. Un rapporto di Itinerari Previdenziali offre invece un punto di vista diverso. Nel mirino finiscono le spese assistenziali. E pure abitudini consolidate che appaiono lontane dall’essere le più efficaci per prevenire i rischi di domani

24/05/2018
👤Autore: Giacomo Corvi Review numero: 54 Pagina: 54
Il mantra delle pensioni è sempre lo stesso: mancano i soldi. Mancano i soldi per riformare il sistema pubblico, e mancano quelli per sostenere la previdenza complementare. Allora che si fa? Si tenta la fortuna, come già fanno moltissimi italiani: si stima che nel 2017 la spesa per lotto, lotterie e gratta & vinci si sia attestata a 96 miliardi di euro.

Numeri da far arrossire di invidia l’intero settore degli investimenti: secondo Assogestioni, nello stesso anno l’industria del risparmio gestito ha segnato una raccolta netta di poco superiore a quella registrata dal gioco d’azzardo legale, a quota 97,4 miliardi di euro. Ed è stato pure un anno parecchio positivo, capace di sfiorare un clamoroso raddoppio sulla performance da 56 miliardi di euro realizzata nel 2016. Sembra quasi che i risparmiatori, all’esperienza di un settore ormai solido e maturo, preferiscano il bacio sfuggente della fortuna. Già, la fortuna: una dea bendata, come del resto le divinità dell’amore e della giustizia, che dispensa gioie e onori rovesciando sul mondo il contenuto della sua ricca cornucopia. Ma se la fortuna è cieca, la statistica ci vede benissimo. E ci dice che la probabilità di trovare il biglietto fortunato, lotteria o gratta & vinci che sia, è di una su svariati milioni.
Ecco perché, secondo Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, quello delle pensioni, e più in generale del welfare, è un problema anche culturale. E la mancanza di soldi data dalla povertà, quando presente, è spesso da considerare “povertà derivata”, ossia motivata da carenze sociali e civiche. Non è un caso, forse, se fra i principali giocatori ci siano proprio pensionati a basso reddito.


I NUMERI DELLA PREVIDENZA

Intervenuto nelle giornate del Salone del Risparmio, Alberto Brambilla ha approfittato della platea per portare il punto di vista del centro studi sulla situazione del sistema previdenziale in Italia. Una situazione che forse, stando ai numeri portati da Brambilla, non appare così drammatica come viene descritta. Almeno a giudicare dal solo segmento delle pensioni.
“Nel 2017 il tasso di occupazione è stato del 58,1%, il più alto mai registrato in Italia, e il numero di pensionati si è ridotto a circa 16 milioni grazie alle riforme che si sono succedute nel corso degli ultimi anni”, ha esordito Brambilla. L’effetto combinato di queste contemporanee tendenze ha consentito di portare per la prima volta il rapporto fra attivi e pensionati sopra la soglia dell’1,43, con la fondata prospettiva di arrivare rapidamente all’1,5. “A questo livello – ha aggiunto Brambilla – il sistema potrà trovare una maggior sostenibilità”.
Anche a livello finanziario i dati sono incoraggianti. Nel 2016, secondo i numeri dell’ultima indagine di Itinerari Previdenziali sul sistema previdenziale italiano, il rapporto fra entrate contributive e prestazioni pensionistiche pure, al netto delle tasse, si è rivelato positivo per oltre 30 miliardi di euro. Fra 2015 e 2016, inoltre, la spesa pensionistica è cresciuta appena dello 0,22%, segnando uno dei rialzi più lievi di sempre.
 

GLI ALLARMI DALL’ESTERO

Eppure, nonostante questi numeri, i moniti dall’estero non mancano. Preoccupazioni in parte giustificate, ma che appaiono spesso motivate da parametri poco obiettivi e realistici. A cominciare dalla revisione demografica realizzata dall’Istat su cui ha lavorato l’Economic policy committee – Working group on Ageing, il gruppo di lavoro che in seno all’Ecofin fornisce previsioni sulla stabilità a lungo termine delle finanze pubbliche degli Stati membri.
In questo quadro, tutto sembra volgere al peggio: dal flusso netto di immigrati, passato dai precedenti 360mila ingressi fino al 2040 agli attuali 191mila, a una produttività che resterà bassa ancora a lungo, passando per un tasso di fertilità lontano da 1,5 figli per donna. “Se questi dati fossero realistici, lo capisce anche un bambino che il Paese è già morto”, ha osservato Brambilla. “Significherebbe – ha aggiunto – continuare per i prossimi 25 anni con la stessa politica fallimentare che ha caratterizzato gli ultimi 25, basata su alta redistribuzione e quasi inesistenti investimenti in capitale fisico e umano”.





IL NODO DELL’ASSISTENZA

I problemi, quindi, non mancano. Ma più che le pensioni, secondo Brambilla, riguardano le prestazioni assistenziali. “È strano – ha osservato Brambilla – che gli organismi internazionali non abbiano prestato attenzione all’eccesso di spesa che si registra nel settore dell’assistenza”. Prestazioni, ha rimarcato più volte Brambilla, su cui non si versano contributi ma che risultano “totalmente a carico della fiscalità generale”. 
Il quadro che emerge dal rapporto di Itinerari Previdenziali è quello di un welfare generoso, forse troppo generoso, che rischia di affossare anche il pilastro delle pensioni. Nel 2016 le prestazioni assistenziali hanno avuto un costo complessivo di oltre 107 miliardi di euro, segnando un rialzo del 3,6% su base annua. Un trend che pare destinato a durare ancora a lungo, visto che nel 2017, stando al bilancio consuntivo dell’Inps, si sono avute 1,1 milioni di nuove prestazioni: di queste, il 51% risultano misure assistenziali a carico della fiscalità generale.





UN GIGANTE DAI PIEDI DI ARGILLA

Il sistema di welfare in Italia mostra dunque due facce: da un lato, un assetto pensionistico sotto controllo e, dall’altro, un insieme di prestazioni assistenziali che appare ormai senza freni. Organi diversi che, uniti ai costi del sistema sanitario, danno vita a un gigante dai piedi di argilla: tanto imponente quanto fragile, sempre a rischio di collassare sotto il suo stesso peso. Ed è questo che spaventa maggiormente gli osservatori internazionali.
Nel 2016 l’intero sistema di welfare pubblico è costato oltre 451 miliardi di euro alle casse dello Stato. Una cifra enorme, che ha inciso per il 54,44% sulla spesa pubblica, comprensiva degli interessi sul debito. “Se facessimo il raffronto sulle entrate, come si fa nell’Europa settentrionale – ha chiosato Brambilla – il dato schizzerebbe al 57%”. Numeri che ci porterebbero ben al di sopra dei livelli raggiunti da Finlandia e Svezia. Con la sola differenza che il sistema di welfare nei Paesi scandinavi, com’è noto, è molto più efficiente del nostro.
Insomma, il traguardo resta lontano. Anche perché i soldi che potrebbero servire a finanziare un sistema di welfare più solido si perdono nella speranza di trovare la pensione nel prossimo gratta & vinci. Perché il prossimo sarà quello buono, così dicono tutti. Salvo poi invecchiare e trovarsi senza risparmi né contributi. E senza pensione.




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