LA RIPARTENZA FA I CONTI CON IL RISCHIO GEOPOLITICO

Le iniziative di ripresa messe in atto nei diversi paesi impiegheranno del tempo a dare i loro frutti in un contesto di crescita delle tensioni sociali e dei debiti sovrani. Tutti gli stati vedono aumentare la propria esposizione, ma le difficoltà maggiori si manifesteranno nei paesi emergenti e in via di sviluppo

LA RIPARTENZA FA I CONTI CON IL RISCHIO GEOPOLITICO hp_stnd_img
👤Autore: Maria Moro Review numero: 84 Pagina: 18
La nuova normalità post-pandemia che caratterizzerà i prossimi due anni potrebbe avere i colori più sbiaditi dell’ottimistica previsione, avanzata da qualcuno, di un mondo nuovo, più innovativo e più green. Più prosaicamente, sarà una realtà in cui la maggioranza dei Paesi avranno fatto un passo indietro di almeno una decina d’anni nel livello di benessere e in cui le difficoltà economiche e l’aumento del deficit impatteranno sull’equilibrio sociale e politico. Per i governi, si tratta di trovare risorse e soluzioni per arrestare quanto prima questo passo indietro nel tempo.
Il tema era nelle righe del Global risks report 2021 di Marsh che nella prospettiva dei maggiori rischi percepiti non ha potuto ignorare la grande rilevanza delle minacce che caratterizzano le prospettive entro i prossimi due anni, una classifica in cui quattro voci su dieci afferiscono alla categoria dei rischi sociali. L’equazione degli osservatori è che una crescita delle difficoltà e delle disuguaglianze sociali all’interno dei Paesi possa facilmente avere conseguenze a livello di equilibri geopolitici, uscendo dai confini delle nazioni.
Nelle prime dieci minacce definite come critiche da oggi al 2023, è presente un’unica voce specificatamente catalogata nei rischi geopolitici (attacchi terroristici, al settimo posto), ma molte delle altre sottendono a una più generale crisi della società per ragioni economiche, politiche o ambientali. Se il primo posto è prevedibilmente occupato dal rischio di pandemia, altri rischi sociali presenti tra i primi dieci sono la crisi dei mezzi di sostentamento individuali (secondo posto), la disillusione giovanile (ottavo posto) e l’erosione della coesione sociale (in nona posizione). Ma l’impatto sociale è prevedibile anche per il manifestarsi di minacce ambientali – quali gli eventi climatici estremi (terzo posto) e i danni all’ambiente (decima posizione) – e dei rischi tecnologici (la disuguaglianza digitale è citata al quinto posto), oltre che per gli effetti dell’unico rischio meramente economico incluso nei primi dieci (la stagnazione prolungata, al sesto posto).



QUANTO TEMPO SERVE PER RECUPERARE I LIVELLI PRE-COVID

È fuori di dubbio che le singole imprese e i sistemi economici nazionali abbiano avuto una reazione immediata di adattamento e rinnovamento per arginare le conseguenze economiche della pandemia, uno slancio che si è basato sull’accelerazione di tendenze già in atto (digitalizzazione, nuovi comportamenti dei consumatori) e che ha dato vita a nuove considerazioni riguardo al ruolo dello Stato, alla struttura delle filiere, alla trasformazione tecnologica, alla natura del lavoro. 
Ma la reazione, per essere alimentata e per consolidarsi, ha bisogno di un contesto sociale con gli strumenti e le risorse per recepirla; al contrario si potrebbero manifestare rischi economici e sociali di una certa rilevanza: allargamento del divario tra grandi e piccole imprese, con rischio di chiusura per queste ultime, mercato meno dinamico, stagnazione nelle economie avanzate e perdita di potenziale nei mercati emergenti e in via di sviluppo, aumento della disuguaglianza. I governi nazionali hanno messo in atto misure di sostegno che si devono spostare dall’emergenza a programmi di ripresa su solide basi e in una prospettiva di crescita, che, va da sé, può attecchire nello sviluppo di ambiti tecnologici e ambientali in ottica di sostenibilità. 
Il tema è appunto il contesto economico e sociale in cui la ripresa post pandemica dovrebbe prendere avvio e il ruolo che in questa fase gioca il fattore tempo. Se nei Paesi sviluppati il cammino pare disegnato e si tratta di attuare una gara sul tempo (quanto del sistema si riuscirà a far ripartire prima che la situazione di sofferenza sociale diventi insostenibile?) la questione per i Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo è molto più critica.



A SOFFRIRE SOPRATTUTTO I PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Sulla questione si inseriscono le conclusioni del Fondo monetario internazionale annunciate ai primi di aprile, che prevedono per il 2021 una ripresa dell’economia mondiale più veloce rispetto alle valutazioni precedenti (+6% sull’anno) e una crescita nel 2022 rivista in positivo (+4,4%). La ripresa riguarderà però in particolare i Paesi avanzati, mentre il tasso di crescita medio dei Paesi più poveri è stato rivisto al ribasso di quasi l’1% rispetto alle stime di inizio anno. 
I dati dell’Fmi riportati da Ispi mettono in risalto come la crisi economica derivata dalla pandemia abbia avuto un impatto diverso rispetto allo shock finanziario del 2008-09: in quel caso, nel medio periodo la crescita subì a livello mondiale un calo pari all’8,5%, contro il 3% atteso per la crisi da Covid-19, ma il punto rilevante è che se tredici anni fa l’origine finanziaria della crisi fece soffrire soprattutto i Paesi avanzati (che ebbero una perdita media di oltre il 10% nei cinque anni osservati), lo stallo nella produzione che ora ci portiamo dietro colpirà in maniera più rilevante i Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo: l’Fmi stima infatti una perdita dell’1% nei Paesi avanzati, del 4% nelle economie emergenti e del 6% nei Paesi meno sviluppati. 
La crisi quindi non colpirà le nazioni in egual maniera, ma in tutte è atteso un impatto dal punto di vista sociale, tanto da far crescere globalmente il rischio geopolitico dovuto a disordini civili e sommosse. 



UNA DISUGUAGLIANZA “UGUALE” PER TUTTI

Per contrastare la pandemia dal punto di vista sanitario, ma anche per sostenere l’economia e alimentare una ripresa, molti governi hanno implementato nell’ultimo anno politiche fiscali e monetarie, con un aumento della spesa in deficit che nei Paesi meno sviluppati si aggiunge ai rischi di credito sovrano e commerciale. La Political risk map 2021, realizzata da Marsh Specialty, registra una serie di criticità che possono mettere a rischio la stabilità dei singoli Paesi e gli equilibri geopolitici globali, anche facendo tornare in auge contrasti e guerre commerciali che la pandemia ha temporaneamente sopito. I temi chiave messi in evidenza da Marsh sono la crescita della disuguaglianza tra Stati ricchi e poveri, il perdurare dei rischi economici nelle singole nazioni con un ulteriore impatto sul rischio di credito sovrano, di valuta e rischio commerciale; una reazione politica dei governi che abbia come effetto la crescita di forme nazionalistiche, che vadano ad agire sulla gestione delle risorse strategiche, inclusi i beni di sostentamento. Nella logica di un mondo globalizzato sono molte le risorse strategiche su cui governi nazionali possono cercare di influire per favorire la ripresa economica interna e accrescerne il peso politico: dalle materie prime ai farmaci, inclusi i vaccini, dalla sicurezza delle supply chain e delle vie di trasporto delle merci fino alle tecnologie avanzate. 
La mappa di Mash mette in evidenza il rischio di disuguaglianza sociale in quasi tutte le regioni analizzate, e sottolinea in particolare il suo manifestarsi nei Paesi avanzati di Europa e America. In questi contesti le politiche di restrizione adottate per contenere la pandemia hanno avuto conseguenze sull’economia che si stanno facendo sempre più pesanti e che aumentano la frammentazione all’interno della società, con categorie e fasce sociali più colpite di altre: una situazione che nella prospettiva a 5-10 anni potrebbe portare a un indebolimento della stabilità geopolitica.
Soprattutto in Europa, l’impatto sociale della crisi per alcune categorie si può trasformare nell’esasperazione di chi non trova strumenti adeguati e soluzioni per ripartire. Anche potendo contare su uno stanziamento da parte della Commissione europea di aiuti finanziari a sostegno della ricostruzione post-Covid per complessivi 1,8 trilioni di euro, i singoli governi dovranno continuare ad attuare politiche di sostegno finanziario ai settori più colpiti dalle restrizioni, quali il turismo, la ristorazione, le compagnie aeree, la vendita al dettaglio e le piccole e medie imprese. Per il vecchio continente, inoltre, la Political risk map dà in aumento il rischio di credito e prevede che le politiche fiscali che verranno messe in atto, che siano orientate verso il taglio oppure verso un aumento dei prelievi, possano rallentare la ripresa e dare origine a contraccolpi politici.

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