CAMBIARE IL CLIMA, UNA SFIDA DA VINCERE

Sono tanti i ruoli che può interpretare il settore assicurativo nella transizione ecologica: dagli investimenti alla protezione, ma può esercitare anche forti pressioni sui singoli governi affinché la lotta al riscaldamento globale sia un’assoluta priorità. Intanto, però, aumentano i rischi e sono sempre più complessi da assicurare

CAMBIARE IL CLIMA, UNA SFIDA DA VINCERE
L’Europa, nel pieno della sua cosiddetta crisi migratoria, quando negli anni tra il 2015 e il 2017 temeva di vedere alle proprie porte un milione di rifugiati, oggi rischia di dover accoglierne quasi 800 milioni. Già, perché è questa la quantità degli sfollati (anche se è difficile fare previsioni accurate, come sappiamo bene), delle persone che saranno costrette a migrare a causa dei cambiamenti climatici, entro il 2050. 
Secondo il consenso della comunità scientifica, le temperature globali stanno aumentando, a causa della quantità di CO2 nell’atmosfera, causando eventi meteorologici avversi sempre più frequenti e intensi. Raggiungere un aumento massimo della temperatura di 1,5 gradi entro il 2050 richiederà tre volte e mezzo di energie rinnovabili rispetto ai livelli attuali. 
La lotta al cambiamento climatico, come noto, richiede un piano globale ma attuato attraverso singole decisioni dei governi, che devono creare un mercato per l’energia rinnovabile e finanziare le relative infrastrutture. Senza questo, anche gli sforzi del settore privato, compreso quello assicurativo, per affrontare la crisi falliranno. Efficienza, quindi, per supportare le energie rinnovabili, ma anche investimenti in nuove tecnologie. Come sappiamo, soprattutto quando si parla di sostenibilità, la crescita è sia una sfida sia una grande opportunità di business.


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LA DECARBONIZZAZIONE È LA PRIORITÀ ASSOLUTA

I numeri, ricordati da Geneva Association, uno dei principali think tank assicurativi, mostrano coma la decarbonizzazione sia la priorità assoluta. L’industria dei materiali da costruzione è responsabile del 38% delle emissioni di carbonio. Di questo, il 30% avviene durante la fase di costruzione, e il 70% durante le operazioni. L’abbattimento di queste quote è un fattore sempre più importante per i clienti e, in assenza di standard edilizi internazionali, le aziende stanno collaborando per adottare misure in autonomia, spinte dall’opinione pubblica e dai consumatori, fortemente sensibilizzati. Flotte di camion e veicoli elettrici, e la costruzione di nuovi stabilimenti a impatto zero, sono solo alcuni esempi di decarbonizzazione dei settori privati più inquinanti. 
Le aziende della maggior parte dei settori hanno pianificato da tempo i loro obiettivi net zero, sfruttando anche le tecnologie di ultima generazione disponibili, per esempio attraverso un processo che prevede la separazione della CO2 dall’aria e l’invio di questa in profondità, nel sottosuolo, dove si mineralizza e si trasforma in pietra. È un processo costoso, ben inteso, circa 1.000 dollari per catturare una tonnellata di carbonio, ma è paragonabile al costo della riconversione dei veicoli elettrici e della produzione di energia eolica.

I MOLTI RUOLI DEL SETTORE ASSICURATIVO

C’è tuttavia una generale e diffusa opinione che il carbon pricing (compreso il meccanismo della carbon tax) sia un sistema promettente per affrontare il cambiamento climatico, ma l’attuale prezzo medio è troppo basso per essere davvero efficace. Anche in questo caso, pensa il think tank assicurativo, sono necessari un dialogo e un allineamento internazionali più forti.
In questo senso il settore assicurativo può ricoprire molti ruoli. Per esempio può offrire soluzioni assicurative che supportano l’innovazione, con prodotti che assicurano lo stoccaggio sotterraneo della CO2, oltre che continuare con le proprie attività tradizionali, come aiutare a rimuovere il carbone dalla produzione di elettricità attraverso pratiche d’investimento e sottoscrizione dei rischi. 
Ma le compagnie possono anche supportare i cosiddetti vincitori ecologici, attraverso le loro scelte d’investimento, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla riduzione della CO2 nei portafogli. In ultima analisi, le compagnie hanno le possibilità, e il peso della propria lobby, per spingere le decisioni politiche nella direzione giusta. 


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L’EREDITÀ DELLA COP26

In questo contesto, l’attesissima 26esima edizione della Conferenza sul clima di Glasgow (Cop26), tenutasi dal 31 ottobre al 13 novembre 2021, dopo due anni di stop dovuto alla pandemia, è stata la più grande riunione convocata dalle Nazioni Unite che ha visto la collaborazione tra leader di oltre 190 governi e organizzazioni del settore privato, incluse ovviamente assicurazioni ed entità finanziarie.
I negoziati sul clima e le sfide riguardavano sette aree chiave: politica e policy; finanza; standard di valutazione e rendicontazione del rischio climatico; azioni normative e requisiti patrimoniali legati al clima; tecnologia per la transizione; resilienza delle comunità; e carbon trading market, di cui in parte abbiamo già parlato. 
Nel documento finale, vi si menziona esplicitamente e per la prima volta in assoluto le parole carbone e combustibili fossili, individuati come il problema in un accordo quadro sui cambiamenti climatici che invita le parti ad “accelerare gli sforzi verso la riduzione graduale dell’energia a carbone e l’eliminazione graduale degli inefficienti sussidi ai combustibili fossili”. 

CRESCE IL RISCHIO POLITICO

È opinione comune che la formulazione dell’accordo sia stata timida e che questo, tra le altre cose, comporti un innalzamento del rischio politico per il settore assicurativo. Alla luce del grande divario tra gli Ndc (cioè gli obiettivi climatici che i singoli Paesi si sono dati) e le indicazioni di decarbonizzazione al 2030 stabiliti dagli scienziati, la minaccia di un inasprirsi del rischio politico è elevata. Cosa potrebbe fare il settore assicurativo per provare ad abbassare la soglia di rischio? In primis fare pressioni sui governi per spingerli a rendere prioritari i loro piani nazionali per la decarbonizzazione, stimolando così la costruzione di una resilienza al rischio climatico, e creando opportunità significative per trovare percorsi di finanziamento della transizione. Ma, ovviamente, non basterà. 



LUCI E OMBRE DELLE NET ZERO ALLIANCE

Geneva Association, a questo proposito ricorda che la Glasgow financial alliance for net zero (Gfanz) ha sottoscritto l’impegno di 450 istituzioni finanziarie, che gestiscono più di 130 trilioni di dollari di asset, a finanziare la transizione globale. 
Questo gruppo riunisce una serie di altre alleanze net zero: la Net zero asset owner alliance, la Net zero asset manager alliance e la Net zero insurance alliance. I membri di questi gruppi hanno chiesto al Gfanz di definire obiettivi e piani chiari. Ma d’altra parte, è inutile negare le perplessità per i progetti di energia ad alta intensità di carbonio già finanziati dal settore finanziario che porterebbero comunque l’innalzamento delle temperature al di sopra degli 1,5 gradi.
Come noto, molti assicuratori hanno già aderito alle alleanze net zero e stanno lavorando per identificare i percorsi per contribuire alla transizione globale attraverso l’innovazione e il loro impegno come gestori del rischio e investitori, con i loro assicurati e stakeholder. Ma nessuna organizzazione può farlo da sola: sono necessarie più alleanze industriali per identificare soluzioni scalabili.

STANDARD SOSTENIBILI A GUIDA ASSICURATIVA

Sul piano normativo, va ricordato che l’International financial reporting standards foundation (Ifrs) ha annunciato l’istituzione dell’International sustainability standards board (Issb), basato sul lavoro della task force sulle informazioni finanziarie relative al clima. Questa può essere una risposta alla richiesta dei settori finanziario e assicurativo di convergere verso standard di riferimento per la rendicontazione, per supportare un processo decisionale informato.
Si tratta di un’iniziativa fortemente caldeggiata dal settore assicurativo: man mano che Ifrs svilupperà la governance dell’Issb, il comparto dei rischi sarà chiamato a un maggiore impegno per offrire anche agli altri settori l’expertise delle compagnie.

DAGLI EVENTI ESTREMI NON SI POTRÀ FUGGIRE

E infine, l’enfasi sull’adattamento ai cambiamenti climatici e sul rafforzamento della resilienza delle comunità, nonché il riconoscimento del ruolo del settore assicurativo, offrono già l’opportunità a governi, al comparto finanziario e alle banche per lo sviluppo internazionale di collaborare nell’espansione delle capacità assicurative e di gestione del rischio in tutto il mondo. 
È prioritario affrontare il crescente gap di protezione contro condizioni meteorologiche estreme, ma non solo. Assicurazioni, Stati nazionali e grandi conglomerati finanziari sono chiamati a rafforzare ulteriormente la cooperazione per lo sviluppo di sistemi infrastrutturali resilienti. 
Se esiste una speranza di rallentare, se non fermare, il riscaldamento globale, è quasi impossibile pensare di invertirlo: nessuno potrà fuggire agli eventi catastrofali estremi. È bene, quindi, saperli affrontare. 

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