LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Il cambiamento del clima divide in due l’Italia, con il nord soggetto a grandine e alluvioni e un sud soggetto a cicloni e dissesto idrogeologico. Nello scenario, il rischio emergente è la concatenazione di eventi dannosi generati da fenomeni estremi e l’allargamento dell’esposizione a zone fino a ora ai margini. Le compagnie devono impegnarsi nello studio di modelli previsionali innovativi e di prodotti più in linea con le differenze territoriali

LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Molti eventi meteorologici importanti accaduti negli ultimi anni confermano la tendenza a una mutazione dello stato climatico che abbiamo conosciuto nel secolo scorso. Il cambiamento si manifesta con eventi di un’intensità prima rara, che si fanno ripetuti e frequenti insistendo su aree più ampie e spesso nuove a determinate situazioni. Sotto gli occhi degli osservatori c’è un’ulteriore novità, cioè che fenomeni più intensi impattano in maniera più profonda i contesti su cui si manifestano, con conseguenze che possono attivare altri rischi in un effetto a catena. 
Il fatto che nel 2025 siano state stimate a livello globale perdite assicurate da eventi catastrofali per 100 miliardi di dollari, significativamente inferiori a quelle registrate nel 2024 (40 miliardi di dollari in meno) e nel 2023, può essere considerato solo un caso statistico. Al contrario, la tendenza è infatti per una crescita del rischio, che deve essere tenuto in adeguata considerazione tanto dal comparto assicurativo quanto dalle istituzioni e dai settori produttivi. Uno dei fatti che può aver influito su una riduzione delle perdite assicurate è l’assenza per tutto lo scorso anno di uragani sul territorio degli Stati Uniti – paese con uno dei maggiori tassi di copertura assicurativa danni –, fenomeni che hanno invece colpito in misura maggiore i Caraibi. 

ITALIA AL CENTRO DEL SISTEMA CLIMATICO MEDITERRANEO

Anche per il nostro paese il 2025 è stato un anno meno caratterizzato da eventi estremi, ma il punto di riferimento per comprendere il peso di questo rischio rimangono gli oltre 3 miliardi di perdite provocate dalle tempeste grandigene che hanno colpito il nord Italia, e in particolare la Lombardia, nel luglio del 2023. Quest’anno un nuovo limite è stato raggiuto già dal ciclone Harry, che ha colpito a gennaio Sicilia, Calabria e Sardegna, e per il quale il governo ha stanziato 1,1 miliardi di euro a favore delle aree colpite.  “L’Italia è un hot spot climatico all’interno del bacino del Mediterraneo e sempre di più sarà colpito da eventi estremi. Non si attendono singole manifestazioni di grandi dimensioni, quanto una prevalenza di eventi estremi localizzati ma che creano danni diffusi”, afferma Claudio Amedeo, P&C leader Italy, Insurance consulting & technology, di Wtw Italia. Il nord del Paese, fa notare Amedeo, è esposto a severe convective storm (Scs), tempeste convettive severe con concentrazioni di grandine anche di grandi dimensioni e impatti alluvionali sulle aree urbanizzate. Al sud invece saranno più numerosi i cicloni, con venti e piogge a elevata intensità e impatto sul rischio idrogeologico: quanto avvenuto con il ciclone Harry si sta accreditando come un modello credibile e facilmente replicabile.

UNO SCENARIO DI EVENTI CONCATENATI

Il tema che si pone all’attenzione del settore assicurativo e delle istituzioni è il realizzarsi di scenari per cui il rischio catastrofale non rimane isolato ma alimenta altri rischi. Ancora una volta, il ciclone Harry ne è l’esempio: “Oltre ai danni alle cose derivanti da vento e precipitazioni, la quantità d’acqua ha riattivato la frana di Niscemi, provocando un dissesto idrogeologico che a sua volta ha avuto un impatto sociale ed economico sui cittadini”, spiega Amedeo. Molti danni, quindi, non saranno quantificabili con la fine dell’evento ma avranno una coda lunga ed effetti economici oggi non quantificabili. Ciò significa che chi costruisce i modelli deve iniziare a ragionare su scenari credibili per fare fronte alla novità dell’evoluzione in corso. “I nuovi modelli non potranno essere improntati sulle serie storiche del passato, che non sono più una buona approssimazione per il futuro. È utile invece ragionare sull’evoluzione di ciò che vediamo oggi, realizzare scenari possibili di eventi combinati tra loro e di rischi composti”. Manifestazioni meteo estreme possono, ad esempio, impattare su un’infrastruttura energetica e provocare il blocco delle reti, con interruzioni della produzione e impatti sulle supply chain. “L’analisi di scenario – afferma Amedeo – è già attiva all’interno delle compagnie, che stanno facendo importanti investimenti in questo ambito, un approccio necessario per la pianificazione strategica e per conoscere e gestire gli eventi multi peril. I modelli che si vanno costruendo non sono prettamente attuariali ma derivano dalla letteratura scientifica sulla meteorologia”. A questo livello di analisi contribuiscono strumenti che basandosi sull’analisi di grandi quantità di informazioni permettono una previsione del rischio altamente precisa e localizzata.  

L’OBBLIGO CAT NAT PUÒ RISPONDERE AL NUOVO CONTESTO 

L’osservazione degli eventi degli ultimi anni crea una cartina del rischio che permette di dividere l’Europa in due zone. Amedeo colloca una linea ideale tra pianura Padana e Appennini che divide il continente tra nord e sud. “Se tutta la fascia mediterranea e il nord Africa sono accomunati dal rischio di cicloni e conseguente dissesto idrogeologico, i paesi dell’Europa occidentale e continentale sono esposti a eventi di alluvione e grandine simili a quelli del nord Italia. In questo contesto, una tendenza ormai chiara è relativa alle cosiddette alluvioni fuori mappa, cioè al verificarsi di episodi di precipitazioni estreme relativamente frequenti, accompagnati da rischio alluvione nelle zone urbane e in aree prima non presenti nelle mappe di rischio”. In questo contesto di rischio naturale diffuso e a impatto elevato, il decreto Cat nat propone una soluzione per attivare la protezione alle aree più refrattarie perché ritenute poco esposte. “In Italia – riflette Amedeo – il gap di protezione sui danni da eventi naturali è del 20-25%, anche con l’introduzione dell’obbligo assicurativo resterà per quest’anno ancora insufficiente. Va detto peraltro che l’obbligo non copre tutti i rischi acqua e lascia un’area grigia rilevante sugli eventi pluviali urbani”. L’esigenza di ampliare la protezione impone la necessità di rivedere i modelli e la struttura dell’offerta: “il settore deve partire dal pricing e saper collocare il prodotto nel giusto contesto per dare risposta alle esigenze di tutti i territori. A questo scopo è utile ricorre a dataset corposi, dati geospaziali, informazioni precise nella localizzazione, anche se le fluttuazioni dei premi cat nat sono una sfida da non sottovalutare”. Ciò che è auspicabile è una maggiore consapevolezza del rischio a tutti i livelli, così che a strategie di rafforzamento dei portafogli da parte delle compagnie corrispondano imprese che conoscano la propria esposizione al rischio e operino per costruire una migliore resilienza.


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