CLIMA, LO STRESS TEST DI SWISS RE

Un’analisi del riassicuratore elvetico mette nero su bianco il possibile impatto del cambiamento climatico sull’economia mondiale: entro il 2050, se non saranno adottate misure efficaci contro l’innalzamento delle temperature, si avrà una perdita del 18% del Pil globale

CLIMA, LO STRESS TEST DI SWISS RE hp_stnd_img
👤Autore: Giacomo Corvi Review numero: 85 Pagina: 56
Il messaggio di Swiss Re è netto: il cambiamento climatico è la più grande minaccia a lungo termine per l’economia mondiale. Non fare niente, di fronte a questo scenario, non è più un’opzione percorribile. Perché prima o poi, forse prima di quello che ci aspettiamo, anche il cambiamento climatico presenterà il conto. E rischia di essere un conto salatissimo. Il colosso riassicurativo, a tal proposito, ha calcolato in un recente rapporto che, in assenza di misure efficaci contro il cambiamento climatico, un aumento stimato delle temperature di 3,2° C entro il 2050 potrebbe generare una perdita del 18% del Pil mondiale. 
Il rapporto, intitolato (non a caso) The economics of climate change: no action not an option, ha sottoposto 98 economie a livello globale, rappresentative del 90% del Pil mondiale, a una sorta di stress test per misurare il possibile impatto economico del cambiamento climatico. Il quadro che ne è emerso, come visto, è di estrema fragilità. L’aumento delle temperature incrementa infatti l’impatto dei disastri naturali e può generare pesanti perdite di reddito e produttività: l’innalzamento del livello del mare, per esempio, erode terreni che potrebbero essere utilizzati in maniera più produttiva, mentre le ondate di calore possono provocare ingenti perdite dei raccolti agricoli. “Il rischio climatico riguarda ogni società, ogni azienda, ogni individuo”, ha commentato Thierry Léger, chief underwriting officer e chairman di Swiss Re. “Entro il 2050 la popolazione mondiale si avvicinerà alla cifra di 10 miliardi di persone, registrando crescite particolarmente sensibili nelle aree più colpite dal cambiamento climatico: per questo – ha aggiunto – dobbiamo agire adesso per mitigare i rischi e per raggiungere l’obiettivo di un mondo a zero emissioni nette di carbonio”.



L’IMPATTO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO

L’impatto del cambiamento climatico non sarà tuttavia uniforme su tutto il pianeta. Le aree più colpite, secondo Swiss Re, saranno infatti anche quelle più fragili e attualmente più esposte agli effetti dell’aumento delle temperature. Il rapporto, nello specifico, stima un impatto particolarmente forte sulle economie emergenti della fascia equatoriale: nello scenario più severo, le economie dell’Asean arriverebbero a perdere il 37,4% del Pil entro il 2050, il Medio Oriente e l’Africa il 27,6%, il Sud America il 17%. Devastante anche l’impatto in Asia, che potrebbe registrare perdite per il 26,5% del proprio giro d’affari: nella sola Cina le perdite arriverebbero al 23,5%.
Più contenute, ma comunque forti, le conseguenze nelle economie più avanzate. L’area Ocse limiterebbe le perdite al 10,6%. Gli Stati Uniti, nel dettaglio, perderebbero il 9,2%, il Canada l’8,9% e il Regno Unito l’8,7%. Per l’Europa la perdita stimata è del 10,5%, ma con forti differenze al suo interno: a fronte di economie più resistenti come Finlandia (-5,5%) e Svizzera (-6,1%), per Paesi come Francia e Grecia le perdite arriverebbero al 13,1% (per l’Italia, vedi box a pag. 2).



IL RANKING DELLA CLIMATE ECONOMICS

Proprio a voler rappresentare questa grande difformità di impatto, Swiss Re ha stilato una graduatoria che prende in considerazione la vulnerabilità di 48 Stati a condizioni estreme di siccità e precipitazioni, nonché la relativa capacità di adattamento alle conseguenze del cambiamento climatico. La classifica non riserva particolari sorprese: i Paesi che subiranno l’impatto maggiore sono infatti anche quelli che hanno meno risorse per adattarsi e mitigare gli effetti del cambiamento climatico. 
In fondo alla classifica si piazza così l’Indonesia con un punteggio complessivo di 39,2, preceduta da Malesia (38,3), Filippine (37,3), India (36,4) e Thailandia (36). All’estremo opposto, come Paese più virtuoso e capace di gestire le conseguenze del cambiamento climatico, si impone invece la Finlandia, che può vantare un punteggio complessivo di 11,3. Completano il podio Svizzera (11,6) e Austria (15,1), seguite a ruota da Portogallo (15,9), Canada (16) e Norvegia (17,4).



IL TEMPO DI AGIRE

I numeri del rapporto evidenziano tutta la necessità (e l’urgenza) di intervenire immediatamente con azioni efficaci per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Anche perché, sebbene le evidenze dell’analisi possano far pensare il contrario, non tutto è ancora perduto. Swiss Re evidenzia, a tal proposito, che raggiungere gli obiettivi fissati all’accordo di Parigi nel 2016, mantenendo così l’aumento delle temperature globali entro i 2° C, consentirebbe di limitare le perdite economiche al 4% entro il 2050. Certo, uno scenario nuovamente in perdita, ma comunque più contenuta rispetto a quello che potrebbe riservare il futuro se non verrà fatto nulla per contrastare il cambiamento climatico.
Il tempo di agire è dunque arrivato. E tutti, settore privato compreso, devono fare la loro parte. Il rapporto evidenzia in particolare che gli investitori istituzionali come fondi pensioni e compagnie assicurative, considerato il tradizionale orizzonte di lungo periodo dei loro impieghi, possono ricoprire un ruolo fondamentale nel guidare la transizione verso un sistema economico e sociale a più basso impatto ambientale. “Solo se pubblico e privato uniscono gli sforzi, sarà possibile una vera transizione a un’economia a basse emissioni di carbonio”, ha commentato Jérôme Haegeli, group chief economist di Swiss Re. “La nostra analisi mostra tutti i benefici di investire in un’economia a zero emissioni: per esempio, aggiungere soltanto un 10% in più agli attuali 6,3 bilioni di dollari che ogni vengono destinati a investimenti infrastrutturali in tutto il mondo, limiterebbe l’aumento delle temperature al di sotto della soglia dei 2° C. Tutto ciò – ha concluso – è soltanto una piccola parte della perdita di Pil globale che avremo se non facciamo nulla”.

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