OCCUPAZIONE E PENSIONI PER LE DONNE: ITALIA BOCCIATA

Anche a parità di livello di istruzione, i tassi di attività femminile sono più bassi: le giovani studiano e fanno più degli uomini, ma ciò non le aiuta a entrare nel mercato del lavoro. Il Paese, da questo punto di vista, è sempre sotto la media europea e la cultura patriarcale italiana sembra un ostacolo insuperabile

OCCUPAZIONE E PENSIONI PER LE DONNE: ITALIA BOCCIATA
👤Autore: Fabrizio Aurilia Review numero: 104 Pagina: 44-45
Negli ultimi quarant’anni, il tasso di occupazione delle donne, in Italia, è aumentato di 16 punti, arrivando al 55% nel 2022 contro una media dell’Unione Europea, però, molto più alta, al 72,9%. Il dato italiano partiva da un livello basissimo: nel 1977, solo un terzo delle donne occupabili lavorava. Il divario di genere si è effettivamente dimezzato, passando dal 41,1% del 1977 al 18,1% del 2022. 
Numeri apparentemente contraddittori, ma che inchiodano l’Italia sempre agli ultimi posti nelle classifiche della parità di genere: colpa di politiche insufficienti, di falsi impegni, di una cultura patriarcale dominante e incontrastata, come emerso recentemente in un evento organizzato dal Consiglio nazionale degli attuari e da Noi Rete Donne, moderato dalla presidente del Cna, Tiziana Tafaro.
I fattori che hanno determinato il leggero miglioramento sono molteplici: un aumento della domanda nel settore terziario e dei servizi, una migliore protezione legislativa della maternità, l’emancipazione dai modelli arcaici familiari e un elevato livello di istruzione raggiunto dalle donne. 

LONTANI DA UN’AUTENTICA PARITÀ

Nonostante questi progressi, però, in Italia anche a parità di livello di istruzione i tassi di attività delle donne sono più bassi: anche se le donne studiano e fanno di più degli uomini, ciò non le aiuta a entrare nel mercato del lavoro, rispetto, invece, ai dati degli altri maggiori paesi europei. 
Nel nostro paese, anche la presenza di uno o più figli appare determinante (in negativo), proprio perché mancano delle strutture di welfare (vere) per coniugare lavoro e vita privata. In Danimarca, non c’è differenza nel differenziale di genere del tasso di occupazione tra una donna con un figlio e una con tre o più figli (9,3%), mentre il dato italiano per le donne senza figli è già il 14,4% e si alza fino alla cifra record per Ue del 42,3% per chi ha tre o più figli. 
Si è ancora molto lontani da un’autentica parità tra donne e uomini sotto i profili delle retribuzioni, del trattamento pensionistico, ma anche delle reali possibilità di indipendenza economica. E negli ultimi dieci anni, nonostante alcune iniziative, i risultati non sono stati positivi: tutte le misurazioni bloccano l’Italia sotto le medie europee che, occorre ricordarlo, considerano anche paesi come quelli dell’est Europa, che storicamente sono in una fase di sviluppo diversa rispetto a quelli dell’Europa occidentale cui appartiene l’Italia. 

UN IMPIANTO ASSICURATIVO NUOVO

Le cause di tutto questo sono chiare ma, come ha sottolineato l’ex ministra Elsa Fornero, intervenuta nel dibattito, in realtà se ne parla poco e male. “L’indipendenza economica delle donne – ha scandito – è un obiettivo che la società deve porsi: stiamo dando troppo poco valore sociale a questa battaglia, vorrei che ci fosse una campagna per lo sviluppo puntuale dell’indipendenza economica delle donne. L’Onu vi fa riferimento. Deve diventare un valore della società e inquadrarlo nell’ambito del ciclo di vita, considerando anche il peridio dell’infanzia, dell’adolescenza e della vita giovane, fasi fondamentali per determinare il corso della vita e dove sono collocati i semi della diseguaglianza”. 
Secondo Fornero, con un welfare come il nostro, troppo sbilanciato sulla parte delle pensioni, bisognerebbe predisporre un “impianto assicurativo che parta alla nascita per evitare che i bambini nati in condizioni svantaggiate abbiano meno possibilità degli altri in tutti i campi, dall’alimentazione alla scolarità”. Il compito del welfare dovrebbe essere quello di “ridurre le disparità da subito”, nella logica banale, ma che di questi tempi sembra essere dimenticata, del “chi ha di più deve dare a chi ha di meno”. 



UNA DISCRIMINAZIONE (ANCHE) LINGUISTICA

Anche l’educazione finanziaria, secondo l’ex ministra del governo Monti, è uno dei campi in cui il gap di genere è più motivato da stereotipi. Un esempio: “le metafore usate nella finanza – ha spiegato Fornero – sono molto più familiari agli uomini che alle donne, perché queste hanno minore familiarità verso gli strumenti di risparmio. E anche nei casi in cui il livello di istruzione delle donne è più alto rispetto a quello degli uomini, spesso le donne non si sentono abbastanza sicure e hanno meno propensione al rischio”. C’è da sempre un condizionamento, una mancanza di autostima. Un altro esempio è l’accesso al credito, più ostacolato per la parte femminile della popolazione. 
Tornando alle pensioni, Fornero è stata categorica: pur in un ambiente con una parità di norma, come il nostro, non c’è da stupirsi che le donne prendano meno. “La loro vita lavorativa è stata schiacciata da un dominio della cultura maschilista, che le ha caricate di tutti i doveri di cura”, ha detto. Secondo Fornero, le donne devono stare attente anche a “non farsi ingabbiare”, a non accettare “politiche di paternalismo che mascherano una generosità un po’ pelosa”. 
E quindi, ha concluso, attenzione alle politiche di compensazione ex-post per discriminazioni ex-ante: “le discriminazioni sottili non devono più far parte della nostra società, per evitare le compensazioni di cui non abbiamo bisogno”.

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