LA GESTIONE DEL RISCHIO INQUINAMENTO

Il pericolo ambientale è ancora gravemente sottovalutato dalle aziende italiane. Eppure, si tratta di uno dei temi cruciali sia per il benessere dei cittadini sia per la solidità patrimoniale delle imprese

LA GESTIONE DEL RISCHIO INQUINAMENTO hp_stnd_img
👤Autore: Gregorio Romeo Review numero: 19 Pagina: 14 - 16
Pericolo ambientale, questo sconosciuto: la realtà ci dice che le polizze contro il rischio inquinamento sono tra le meno diffuse. E una delle ultime conferme arriva da una stima dall’Aiba, secondo cui solo l’1% delle aziende ha una polizza Rc inquinamento.
Persino vicende relativamente recenti e dal forte impatto sociale e mediatico, come quella che ha coinvolto gli impianti Ilva di Taranto, non sembrano aver accresciuto la sensibilità delle imprese. 

Ma da cosa nasce questo disinteresse? La maggioranza delle aziende continua a non essere consapevole dei rischi o le coperture inquinamento sono eccessivamente onerose? 

“Questo poteva essere vero fino a qualche anno fa, ma ora non è più così. Anzi, i livelli di premio attuali sono ormai pericolosamente bassi”. Parola di Aldo Bertelle, manager della linea rischi inquinamento di Aig in Italia, tra i maggiori esperti del settore, già responsabile del Pool Inquinamento di coriassicurazione. 

Secondo Bertelle, uno dei problemi cruciali in Italia riguarda il divario tra piccole e grandi imprese. “Le aziende di dimensioni maggiori mostrano tendenzialmente una sensibilità superiore rispetto a quelle piccole e medie, che di norma non hanno una polizza per il pericolo inquinamento, o risultano essere sotto assicurate”. 
Ma da cosa nasce la bassa percezione del rischio? “È figlia di una sottovalutazione delle possibili conseguenze – risponde il manager di Aig –. In molti sono ancora poco consapevoli del fatto che l’applicazione del principio giuridico del “chi inquina, paga”, comporta l’obbligo di liquidare il danno prodotto e il ripristino dei luoghi nello stato quo-ante, con oneri economici che possono essere estremamente rilevanti”. Secondo Bertelle, inoltre, tenere sotto controllo i rischi che caratterizzano il proprio business e gestire in modo ottimale le situazioni di crisi, sono attività che richiedono requisiti molto articolati, che vanno dall’organicità dell’approccio, passando per la specializzazione dell’operatore, fino alla capacità di gestione delle relazioni con le autorità e i media. Insomma, competenze che non possono essere presenti contemporaneamente in una stessa azienda, focalizzata oltretutto su core business spesso molto differenti: “Di conseguenza – sostiene Bertelle – è necessario trattare le problematiche di rischio servendosi di specialisti che abbiano conoscenza dei possibili scenari incidentali. Oggi, molti contenuti specialistici non più legati ai soli aspetti contrattuali (polizza) rendono il servizio assicurativo uno strumento innovativo in grado di fornire risposte operative immediate”.

            


OBBLIGATORIERA' E DIFFUSIONE

Come ha dimostrato il caso Ilva, il tema della sicurezza ambientale per le imprese porta con sé questioni importantissime di salute e diritti pubblici. Perché, allora, non ipotizzare l’obbligatorietà di una copertura inquinamento? “In Italia il mondo delle aziende (ma non solo) ha sempre vissuto l’obbligatorietà della copertura assicurativa come una imposizione e non come il possesso di un requisito economico funzionale alla tutela del proprio patrimonio e di quello dei terzi”, chiarisce Aldo Bertelle. In proposito è sufficiente ricordare le reazioni prodotte (ancorché amplificate dal coinvolgimento dei privati) dall’ultima, in ordine di tempo, proposta di rendere obbligatoria la copertura per le calamità naturali, avanzata dall’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
 L’idea, presentata sotto la spinta emotiva del recente evento sismico in Emilia, fu rapidamente accantonata (come nelle precedenti, analoghe, occasioni) per le polemiche che additavano l’assicuratore quale unico soggetto che ne avrebbe beneficiato. Per Bertelle, invece, l’approccio dovrebbe essere un altro, anche perché: “la posizione proattiva dell’assicuratore, che caratterizza ormai da alcuni anni la gestione del rischio inquinamento, rappresenta un efficace esempio di come il comparto assicurativo si caratterizzi per innovazione e contribuisca alla definizione di proposte operative attraenti, indipendentemente dalla loro obbligatorietà”. 




UN PERICOLO INCOMBENTE

Tornando alla scarsa forza di penetrazione della polizza inquinamento stand alone, la sua insufficiente diffusione testimonia il fatto che non è ancora ritenuta essenziale dagli operatori, oppure che è considerata utile solo per determinate tipologie di aziende. “In entrambi i casi niente di più errato – precisa il manager di Aig –. Il rischio di inquinamento ambientale in realtà incombe, ovviamente non nella stessa misura, sulla quasi totalità dei settori merceologici ed è caratterizzato da una frequenza di accadimento ben superiore a quanto si possa intuitivamente ritenere”. Del resto, l’incendio, l’esplosione o un evento naturale hanno di norma come conseguenza il verificarsi di contaminazioni più o meno gravi delle aree interessate dal fenomeno. Se il terreno interessato è quello su cui sorge lo stabilimento, con la contaminazione che tale spandimento provoca, si verifica un danno che colpisce uno dei principali asset del patrimonio dell’azienda. “L’operatività di questo servizio oggi va ben oltre l’aspetto del solo indennizzo delle perdite economiche – conclude Aldo Bertelle –. Spessissimo, la problematica è affrontata prima di tutto attraverso una valutazione delle caratteristiche tecniche degli impianti e delle modalità di gestione, ricorrendo al know how di strutture specialistiche di norma esterne. La valutazione prescinde dalla parcellizzazione delle problematiche e riguarda i rischi per l’ambiente e quindi per tutto ciò che nell’ambiente si trova”.



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