È TEMPO DI CAMBIARE IL CLIMA
Dopo l’Accordo di Parigi del 2015, le annuali conferenze sul cambiamento climatico hanno spesso deluso le aspettative. Anche quella che si è chiusa lo scorso novembre, in Brasile, non ha raggiunto l’obiettivo di stabilire tempi e modi certi per l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Eppure non tutto è da buttare, a partire dall’impegno verso la sostenibilità e gli investimenti, sempre in crescita, nell’energia pulita
11/12/2025
👤Autore:
Fabrizio Aurilia
Review numero: 126
Pagina: 44-47
☁Fonte immagine: © Tyler Holtman – iStock
A un certo punto ha preso fuoco. Il centro congressi dove si stava svolgendo la Cop30, la conferenza sul clima dello scorso novembre a Belém, in Brasile, è stato colpito da un incendio: non un bell’augurio per il vertice globale che avrebbe dovuto affrontare le sfide di un mondo surriscaldato. Sicuramente il rogo non ha influito sul risultato finale, ma la conferenza che si è conclusa sabato 22 novembre ha deluso (ancora): i grandi del mondo (senza gli Stati Uniti) non hanno raggiunto l’accordo sull’obiettivo cruciale, cioè dare la spallata definitiva all’impiego di combustibili fossili, accelerando così la lotta contro il cambiamento climatico, esattamente dieci anni dopo l’adozione dello storico Accordo di Parigi della Cop21, che aveva stabilito la soglia, ormai superata, del contenimento del riscaldamento della Terra entro +1,5 gradi.
Le delegazioni di 194 paesi hanno raggiunto un accordo che, valutano gli analisti, è ben al di sotto delle aspettative e dell’urgenza della crisi climatica: la formalizzazione dell’aumento degli sforzi finanziari per l’adattamento non arriva a stabilire un piano per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, che è poi la causa principale del riscaldamento globale. Il Climate Action Network-International, che riunisce oltre 1.800 organizzazioni non governative in 180 paesi nel mondo, ha parlato di “risultati molto deboli”, deplorando che “i governi non hanno presentato un piano di risposta globale concreto e non si sono impegnati a mettere in atto ulteriori processi” per scongiurare il peggioramento del clima.
ACCELERANO LE ENERGIE RINNOVABILI
Eppure non tutto è da buttare. L’assenza degli Stati Uniti ha spinto le 194 delegazioni presenti a “riaffermare con forza” il loro impegno per il multilateralismo e per l’adesione all’Accordo di Parigi: il che, di per sé, costituisce un successo. Il testo politico, intitolato Mutirão, un termine indigeno che si riferisce a un’azione collettiva per un obiettivo comune, pur non contenendo le parole combustibili fossili, registra un impegno delle delegazioni a “una transizione verso l’uscita dalle energie fossili”, facendo esplicito riferimento al consenso degli Emirati Arabi Uniti, durante la Cop28 a Dubai, nel 2023.
Diversi paesi, e in particolare l’Unione Europea nel suo insieme, hanno cercato di ottenere una formulazione più ambiziosa, scontrandosi con la consueta resistenza dei paesi produttori di petrolio, guidati dall’Arabia Saudita, e delle principali economie emergenti come l’India e anche la Russia, presente al tavolo. Il riferimento al consensus di Dubai, tuttavia, è servito a riaffermare che l’impegno assunto due anni fa è ancora valido: parallelamente, lo sviluppo delle energie rinnovabili sta accelerando in tutto il mondo, alimentando così la speranza che il consumo di combustibili fossili stia raggiungendo il suo picco.
I FINANZIAMENTI PER LA MITIGAZIONE
Ma la partita del clima si gioca anche su altri campi. Se da un lato l’Unione Europea ha fatto della lotta ai combustibili fossili la sua priorità, il vero problema per molti paesi in via di sviluppo sta nel finanziamento delle azioni per uscire dal petrolio, dal gas e dal carbone, e degli strumenti per la mitigazione degli effetti del clima. La Cop30 ha spinto quindi gli Stati a mantenere gli impegni: mobilitare 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 per raggiungere così una dotazione più ampia, pari a 1,3 trilioni di dollari in fondi pubblici e privati entro lo stesso periodo.
E su questi punti i risultati ci sono stati, soprattutto per quelle Nazioni che subiscono la crisi climatica cui hanno contribuito molto poco, giacché poco partecipi dell’industrializzazione del mondo negli ultimi due secoli. Se da un lato è vero che c’è stata una triplicazione dei fondi dedicati all’adattamento, per far fronte a ondate di calore e inondazioni, dall’altro la scadenza è stata posticipata dal 2030 al 2035.
Infine, è stato sviluppato un cosiddetto “meccanismo di transizione giusta”, una richiesta che da diversi anni proveniva da un gran numero di organizzazioni non governative. Il Belem Action Mechanism, questo il nome dell’iniziativa, è un nuovo organismo che punta a migliorare la condivisione di conoscenze e competenze per evitare che le transizioni energetiche ed ecologiche penalizzino le fasce di popolazione più precarie.
IN ITALIA SI CHIEDE UN “CAMBIO DI PASSO”
In questo scenario globale, le organizzazioni italiane più sensibili ai rischi legati al clima, anche per ragioni di sostenibilità dei rispettivi business, si sono mobilitate per riaffermare il proprio impegno verso la transizione ecologica, chiedendo al governo italiano il proverbiale “cambio di passo”. Nel position paper, intitolato Le sfide della transizione. Lo sviluppo sostenibile e il contributo delle imprese, elaborato dal gruppo di lavoro dell’Asvis, l’alleanza che riunisce dieci associazioni imprenditoriali (Alleanza delle cooperative italiane, Confagricoltura, Confartigianato imprese, Cia-Agricoltori Italiani, Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, Confcommercio, Confindustria, Febaf, Unioncamere, Utilitalia), si legge che “le imprese italiane affermano con chiarezza di voler contribuire alla transizione ecologica, ma chiedono che la politica sia all’altezza della sfida, perché senza investimenti nell’innovazione, coerenza delle normative, stabilità regolatoria e strumenti finanziari adeguati, la trasformazione rischia di incepparsi proprio quando dovrebbe accelerare”.
LE RICHIESTE DELLE AZIENDE
Le organizzazioni indicano alcuni ambiti strategici: in primis, incentivi mirati, quindi una “riforma della bolletta” che riduca gli oneri parafiscali e la destinazione vincolata dei proventi dell’Ets (il sistema di scambio di quote di emissione dell’Unione Europea) a progetti di decarbonizzazione. Secondo le organizzazioni, per garantire un accesso equo e competitivo a energia e risorse, occorre semplificare le autorizzazioni per le rinnovabili e accelerare la diffusione delle Comunità energetiche rinnovabili; mentre sul fronte idrico chiedono una “governance più solida, nuovi invasi e condotte, riuso delle acque depurate, dissalazione nei territori più vulnerabili e un vasto piano di manutenzione delle reti”.
Sul fronte finanziario, infine, il documento chiede procedure più semplici per l’accesso ai fondi pubblici, strumenti dedicati alle Pmi, questionari Esg armonizzati e “un set minimo di indicatori condiviso a livello europeo”.
ASSICURAZIONI: SI PARTE DALLA GOVERNANCE
Accanto all’iniziativa di Asvis, per ciò che riguarda il settore insurance, da segnalare c’è certamente la quarta edizione, uscita a fine novembre, dell’indagine sulla sostenibilità del settore assicurativo italiano, una ricerca realizzata, a partire dal 2022, in collaborazione tra Forum per la finanza sostenibile e Ania. Alla quarta edizione ha partecipato il 78% del mercato assicurativo italiano in termini di premi raccolti, una quota inferiore rispetto alla terza edizione (87%) ma comunque maggiore rispetto alle prime due (76% nel 2023 e 73% nel 2022). I risultati, in sintesi, confermano come l’integrazione dei criteri Esg sia “ampiamente diffusa e crescente” tra le imprese di assicurazione in Italia.
Sono tre le aree oggetto di indagine: la governance, gli investimenti e la sottoscrizione dei rischi. Per quanto riguarda il primo punto, l’integrazione della sostenibilità da parte delle imprese di assicurazione comincia dai piani strategici, con l’inclusione dei fattori Esg tra le priorità da parte del 99% del campione. Questa integrazione si concretizza soprattutto mediante l’inserimento di obiettivi Esg nelle politiche di remunerazione attraverso indicatori di sostenibilità. La totalità del campione ha deciso di presidiare questi temi attraverso l’istituzione di una “governance specifica”, sotto forma di comitati o funzioni dedicate, nonché con programmi di formazione sulla sostenibilità rivolti a tutto il personale.
UN PORTAFOGLIO SEMPRE PIÙ VERDE
Tutto il campione considerato, fanno sapere da Ania, include i criteri Esg nelle politiche di investimento e li applica a una grande maggioranza del portafoglio, in una quota compresa tra il 75% e il 100% per alcune imprese. Ciò che cambia sono gli approcci: tette le imprese utilizzano le esclusioni; il 91% le convenzioni internazionali; l’89% l’engagement; gli investimenti tematici (81%); l’approccio best in class (80%); l’impact investing (66%); e il voting (64%).
Molto diffuse tra le compagnie (75%) anche le politiche di disinvestimento, e in questo caso c’è “grande attenzione rivolta ai temi relativi al cambiamento climatico”, si legge nella ricerca. Il 71% del campione include esplicitamente l’obiettivo della neutralità climatica nelle proprie politiche d’investimento; mentre è in costante crescita la quota del campione (99%) che dichiara di misurare l’impronta di carbonio del portafoglio investimenti, con l’obiettivo di identificare i rischi finanziari associati al cambiamento climatico (81%, in aumento rispetto al 2024) e le azioni per ridurre le emissioni (80%).
SOTTOSCRIZIONE: I PRODOTTI CONTANO
Guardando infine alle politiche di sottoscrizione, l’edizione di quest’anno mostra che l’82% del campione include i criteri Esg nell’offerta di prodotti sia danni sia vita diversi dai contratti d’investimento che tengono già in considerazione fattori ambientali, sociali e di buona governance. Il resto delle imprese non ha ancora incluso gli aspetti di sostenibilità nelle politiche di underwriting, ma sta comunque conducendo valutazioni in merito.
Le modalità attraverso cui si concretizza l’integrazione dei criteri Esg nell’underwriting comprendono l’offerta di prodotti assicurativi dedicati ai temi Esg (95%), per esempio per la copertura di rischi climatici e sismici, per favorire l’inclusione assicurativa e per lo sviluppo delle energie rinnovabili; le limitazioni nell’offerta di prodotti assicurativi per attività esposte ad alti rischi ambientali (91%), e l’offerta di prodotti con requisiti premiali (86%).
QUANTO PESA IL CAMBIAMENTO CLIMATICO?
L’Unione Europea è pronta a lanciare un servizio per misurare il ruolo del cambiamento climatico negli eventi meteorologici estremi, come ondate di calore e piogge intense, al fine di aiutare i governi dei paesi membri a definire le policy climatiche, migliorare la valutazione del rischio fisico, ma anche finanziario, e fornire prove da utilizzare in caso di cause legali. “Si tratta di capire, quando si verifica un evento estremo, in che modo questo sia correlato al cambiamento climatico”, ha spiegato Freja Vamborg, responsabile tecnico del nuovo servizio. Lo strumento eseguirà una serie di simulazioni di come i sistemi meteorologici si sarebbero comportati se l’uomo non avesse mai iniziato a immettere gas serra nell’aria, per poi confrontare questi risultati con quanto accade oggi.
Finanziato con circa 2,5 milioni di euro in tre anni, il monitoraggio pubblicherà i risultati entro la fine del prossimo anno e offrirà due valutazioni al mese. Questo approccio, dicono dalla Commissione Europea, aiuterà anche le compagnie assicurative e gli altri operatori del settore finanziario, che comprendono che il rischio climatico deve essere quantificato.
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