USCIRE DALLA COMFORT ZONE

Nelle aziende ciò che maggiormente accelera il cambiamento è la contaminazione, la capacità di rivoluzionare i contesti abituali e le consuetudini logistiche. Un percorso che porta a migliorare relazioni e competenze, valorizzando al massimo i talenti dei singoli professionisti

22/05/2019
Ciò che nelle aziende accelera maggiormente, e nel modo più proficuo, alcuni processi chiave, come quelli di idea generation e di decision making, è la contaminazione. La quale, a sua volta, è un processo di cambiamento in cui le capacità dei singoli vengono a contatto e si mescolano. 
Uscire dalla propria comfort zone è un passaggio mai scontato. 
A metà dell’Ottocento Charles Darwin ha dimostrato che sopravvive non il più forte, bensì chi si adatta meglio al cambiamento. La sua teoria funziona per spiegare l’evoluzione delle specie, ma può essere mutuata e applicata ai modelli aziendali, per spiegare come mai alcune realtà fioriscono, mentre altre falliscono. 
Cambiamento è anche una delle parole chiave che accompagnano da sempre la mia esperienza professionale. Il cambiamento è l’unica costante della vita: è ciò che contraddistingue gli organismi viventi e, per estensione, le organizzazioni vitali. 
Non solo. È uno dei leit motiv del mondo di oggi, che non è più veloce di quello di ieri, ma – questo sì – sempre più accelerato. 
Albert Einstein diceva che l’unico valore del tempo è dato da ciò che noi facciamo mentre passa. La complessità dei fenomeni in cui ci troviamo a vivere oggi determina l’impressione di una continua ed esponenziale accelerazione: personalmente, credo che sia proprio questo l’elemento che meglio definisce a nostra epoca. 
Per mia esperienza, ciò che nelle aziende accelera maggiormente e nel modo più proficuo processi chiave come quelli di idea generation e di decision making è la contaminazione. Che, a sua volta, è un processo di cambiamento in cui le capacità dei singoli vengono a contatto e si mescolano. 
Se l’operazione riesce, ci si accorge che, a differenza di quanto succede in matematica, in questa somma, invertendo l’ordine degli addendi, il risultato finale cambia eccome. 
I singoli ne escono con competenze accresciute e più complete che, messe a fattor comune, costituiscono un’importante base di valore aggiunto per l’azienda. 

VINCERE LA RESISTENZA AL CAMBIAMENTO

Certo, essere aperti alla contaminazione implica in primo luogo uscire dalla propria comfort zone: un passaggio mai scontato. 
Anche qui, faccio riferimento a una “formula matematica” che ho imparato alla Wharton School della Pennsylvania. È lì che mi hanno insegnato che il cambiamento avviene solo quando il rapporto tra le forze in campo è il seguente: D(issatisfaction) + V(ision) + F(irst step) > R(esistance). 
Significa che, in seno a un’organizzazione, l’insoddisfazione per lo status quo, la capacità di visione che il manager sa offrire, e lo sforzo per fare un primo passo, devono essere maggiori della naturale resistenza al cambiamento a cui ciascuno di noi, in quanto essere umano, tende. 
Su questo insegnamento, confermato e ribadito in incontri ed esperienze che ho avuto successivamente, ho riflettuto molto. E ho cercato di applicarlo nella mia vita professionale, spesso rivoluzionando i contesti in cui mi sono trovato a operare, per far uscire le persone dalla loro comfort zone. Il che richiede, devo dirlo, un po’ di coraggio. 
E non soltanto da parte del manager che ingenera il cambiamento: anche i singoli professionisti devono avere il coraggio di usare i propri talenti e soprattutto di lottare per farli emergere. 
Mediamente, la tendenza (anche qui, umana e comprensibile) è invece quella di sedersi sui propri talenti, e magari lamentarsi perché nessuno li vede. Per metterli a frutto, servono impegno e persistenza. Ma quando ci si riesce, quando si spezza la resistenza al cambiamento, i risultati ripagano ampiamente il dispendio di energia: vince l’individuo, vince il professionista, vince l’azienda.

LA VOLONTÀ DI PERCORRERE IL MIGLIO IN PIÙ 

Come si accompagnano le persone fuori dalla loro comfort zone? 
Quando sono arrivato in Europ Assistance Italia, quasi due anni fa, ho scelto di fare leva su due fronti: il modello organizzativo e la logistica degli uffici (un processo di ristrutturazione era appena stato avviato). 
Partiamo dal primo. Al mio arrivo in azienda ho trovato ottimi professionisti, manager con grande specializzazione verticale, vale a dire sulla propria, precipua, area di competenza. 
La prima cosa che ho deciso di fare è stato quella di rimescolare le carte, invertendo i capi mercato. Del resto, lo stadio forse più importante del processo di apprendimento è sapere di non sapere. In un primo momento, mettere i manager in condizione di dover applicare le proprie notevoli e consolidate competenze in contesti nuovi li ha in parte destabilizzati. In altre parole, si è creata quella fisiologica dissatisfaction propedeutica al cambiamento. 
La visione proposta e condivisa, unitamente alla volontà del singolo di percorrere il miglio in più, ha fatto il resto: in meno di due mesi, abbiamo iniziato a osservare i primi risultati. 

TRA TALENTO E INTELLIGENZA EMOTIVA

Il percorso è stato supportato e rafforzato anche da un’altra scelta cruciale: la virata, netta e a tutti i livelli, sul concetto di smart office
Via gli uffici chiusi, via i posti assegnati. Via, in altre parole, tutte quelle consuetudini logistiche certo rassicuranti, ma che non incoraggiavano la contaminazione diretta tra persone e idee. Oggi la sede di Europ Assistance Italia è un activity based workplace: un posto di lavoro dove la funzionalità e la flessibilità sono il cardine della quotidianità aziendale, il cui obiettivo è quello di permettere a chi lavora di esprimere al meglio i propri talenti. 
Inoltre, essere a contatto diretto e continuo con i colleghi, muoversi in azienda, creare relazioni e dinamiche ogni giorno nuove, predispone ad alimentare e allenare anche un’altra competenza fondamentale: la nostra intelligenza emotiva. 
Abbiamo detto che il mondo di oggi è complesso, interrelato, accelerato. 
Ecco: credo che in questo contesto la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri e di gestire efficacemente le emozioni abbia – e sempre di più avrà – un valore e un ruolo accresciuti e centrali.
L’intelligenza emotiva è quello strumento privilegiato che ci consente di decifrare i fenomeni di oggi e intercettare quelli di domani. Rappresenta inoltre la competenza o meglio il talento più umano che c’è. 
In futuro, sempre più spesso demanderemo le attività analitiche e computazionali alle macchine. Ma l’analitica senza l’empatia è zoppa e cieca, e dunque non in grado di farci avanzare. 
Il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman osservava che in questi anni siamo diventati velocissimi a creare relazioni, ma anche a distruggerle. Ecco: sono convinto che le aziende vincenti siano oggi, e soprattutto saranno domani, quelle maggiormente in grado di esaltare gli aspetti di relazione ed emozionali più tipicamente umani.

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