INTELLIGENZA NATURALE VS INTELLIGENZA ARTIFICIALE

L’evoluzione tecnologica può e deve rappresentare un supporto fondamentale alle professioni. Potrà mai sostituire l’essenza, il valore e il ruolo del fattore umano?

INTELLIGENZA NATURALE VS INTELLIGENZA ARTIFICIALE hp_vert_img
In un articolo recentemente apparso su La Repubblica, la prof.sa Rita Cucchiara (*), tra i massimi esperti internazionali in materia, affronta il tema dell’intelligenza artificiale, evidenziando le principali differenze di apprendimento fra uomo e macchina.
È un tema certamente attuale e interessante, a volte proclamato senza piena cognizione di causa. E nell’approcciarsi a questo mondo meraviglioso molte sono le curiosità, le aspettative e i dubbi in merito. Soprattutto, ci si chiede se in un futuro non troppo lontano l’intelligenza artificiale intesa nella sua accezione più ampia potrà diventare indipendente da quella umana, o addirittura, a un certo punto dell’evoluzione, ne potrà fare a meno. Così come ci si chiede quanto sia effettivamente determinante la presenza e l’evoluzione della mente umana nella creazione e nello sviluppo di quella artificiale.
Lo sviluppo tecnologico ha da sempre accompagnato quello dell’uomo, non solo mutandone i comportamenti, i bisogni primari e forse persino le emozioni, ma permeandone fortemente anche la sfera professionale. 
Le scoperte e il progresso tecnologico hanno radicalmente e definitivamente mutato il mondo del lavoro. Dopo aver rivoluzionato l’idea stessa di industria, gli strumenti offerti dall’innovazione tecnologica ne hanno permeato il tessuto logistico e costruttivo e oggi possiamo dire che l’intera catena produttiva, anche in settori profondamente tradizionali quale quello agricolo, è irreversibilmente condizionata dalla tecnologia.
Allo stesso modo, anche il mondo delle professioni intellettuali è stato supportato e trasformato dalla tecnologia. Con una differenza sostanziale, però: mentre in ambito produttivo il confine tra strumento di lavoro e personale addetto è stato in molti casi ampiamente abbattuto, nelle professioni intellettuali la tecnologia è giunta ad affiancare, quale valido strumento di ottimizzazione ed efficientamento, il lavoro del professionista (sia esso un medico, un ingegnere, un geologo, un agronomo, un perito assicurativo), senza poter mai però sostituire in alcun modo l’opera intellettuale e il valore intrinseco dell’apporto umano nella gestione dei problemi e nell’individuazione e applicazione delle soluzioni.
Ecco dunque l’amletico dubbio: “dietro a una grande macchina c’è sempre un grande uomo?”. O piuttosto potremo un domani trovarci di fronte a un ingegnere robot, un giornalista robot, uno psicologo robot, un perito robot? Probabilmente nessuno ha ancora una risposta, e si osserva il continuo mutare degli eventi con sempre maggiori domande, alla ricerca delle necessarie cognizioni di causa.

LE CAPACITÀ INSOSTITUIBILI DEI PERITI

L’esperienza della professione peritale offre una serie di evidenze che portano a riflettere sull’argomento, nella consapevolezza delle peculiarità che caratterizzano l’operato del perito assicurativo. A chi svolge questa professione appare immediatamente chiaro quanto l’intelligenza naturale sia fondamentale e insostituibile per poter condurre un’istruttoria consapevole ed efficace. Il fattore umano è infatti imprescindibile per il perito sotto molteplici punti di vista: dall’interpretazione di un testo di polizza, all’analisi e valutazione delle possibili soluzioni da intraprendere a seguito di un sinistro per affrontare l’emergenza e disporre il salvataggio di quanto recuperabile, all’impostazione di un piano operativo per le diverse attività. Ma soprattutto il fattore umano è essenziale per una corretta gestione dell’approccio relazionale con i diversi interlocutori (dall’assicurato, agli attori tutti coinvolti nel sinistro, il cui coordinamento è indispensabile per un risultato efficace e di soddisfazione per le parti tutte). È evidente che tali attività non possono (e mai potranno) prescindere dall’uomo né essere delegate a un’intelligenza di tipo artificiale. 
Certamente, lo strumento tecnologico può rappresentare un supporto di grande utilità e diviene fondamentale nel momento in cui permette al professionista di ottimizzare il proprio lavoro; ma mai potrà arrivare a sostituire l’uomo per lo svolgimento di mansioni e incombenze che hanno quale parte fondante ed essenziale la componente umana.
Ecco dunque che una coesistenza equilibrata e consapevole fra intelligenza naturale e artificiale (dove la seconda si ponga al servizio della prima, nell’ottica di portarla alla sua massima espressione) può essere la chiave di un sistema armonico all’interno del quale l’innovazione integra e non snatura un nucleo di valori e competenze che sono prima di tutto umani.

Il già citato contributo della professoressa Cucchiara su La Repubblica (per il testo integrale https://www.repubblica.it/venerdi/2021/03/01/news/rita_cucchiara_l_intelligenza_non_e_artificiale-288344729/) conferma con alcuni esempi interessanti e curiosi che il fattore umano ha un quid in più che permette il raggiungimento di risultati più veloci ed efficaci, non ottenibili attraverso la sola intelligenza artificiale, la cui capacità di processare quantità notevoli di dati rappresenta anche un limite, nel momento in cui il processo stesso non viene intermediato dall’intelligenza naturale (che dispone di parametri aggiuntivi ma essenziali, quale è l’intuizione, che la tecnologia non possiede).
Dall’intervista all’esperta:
… “La necessità di pascersi di enormi quantità di dati è uno dei limiti dell’intelligenza artificiale, ed è anche una delle maggiori differenze con l’apprendimento umano. Se mostri un gatto a un bambino, quell’esempio gli basterà per riconoscere ogni altro gatto. Invece, se mostri mille gatti a una rete neurale, probabilmente questo non sarà sufficiente per farle riconoscere un gatto nuovo”.
Dopo questa riflessione, l’autostima del professionista si rafforza e rinvigorisce. Si tratta pur sempre di un vigore cauto, che non può certo colmare l’ampio spazio di incertezza professionale sul futuro (non necessariamente economico, ma anche e soprattutto reputazionale, nella volontà e speranza di poter preservare il valore del professionista in quanto portatore di conoscenza, esperienza e - perché no - anche scienza). 
Il dibattito interiore continua, in bilico fra l’attrazione per la tecnologia e le sue infinite potenzialità, e la convinzione che sia fondamentale tutelare un universo professionale antropocentrico, in grado di valorizzare la componente umana beneficiando al contempo con intelligenza degli strumenti che l’innovazione ci offre, anche per poterne sviluppare e creare di migliori. 
Il futuro resta incerto ma senz’altro stimolante, in attesa di trovare la risposta alle nostre domande. Nel frattempo, ecco quella della professoressa Cucchiara: Questo grande cervello potrà diventare autocosciente?
“Ne dubito: l’intelligenza artificiale è sviluppata da progettisti umani e per avere l’autocoscienza bisognerebbe che fosse progettata per qualche fine. Il fine di un computer autocosciente lo vedo dubbio, oltre che potenzialmente dannoso”.


(*) Rita Cucchiara: docente di visione artificiale dell’Università di Modena e Reggio Emilia: autrice di oltre 450 lavori scientifici su visione artificiale e machine learning, dirige il laboratorio nazionale di Intelligenza artificiale del Consorzio universitario nazionale per l’informatica.

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