IL TARLO DELLA QUESTIONE DEMOGRAFICA

Le iniziative indispensabili per risalire la china, in uno scenario in cui il gap pensionistico e assistenziale sembra progressivamente ingigantirsi

18/07/2016
Ricordare come la storia di ogni Paese mostri una sequela di incongruenze, abbagli e occasioni mancate è dire una banalità. Se questo vale per il mondo intero, a maggior ragione lo riscontriamo per l’Italia, contrada i cui abitanti, pur tanto diversi tra loro, da sempre sono accomunati dal preferire, nelle materie più diverse, scelte emotive a disegni improntati su logica e rigore analitico. 

Prendiamo un comparto a caso: quello artistico. Nell’Italia della Repubblica, certo uscita alquanto malconcia dalla dittatura e dalle rovine della guerra, si bollò, con disprezzo facilone, come architettura fascista (e assai poco ci si curò di preservarla) quell’architettura di stampo razionalista, talora migliore e, comunque, culturalmente omologa con le coeve esperienze europee e non. E il discorso andrebbe ripetuto per la pittura e la scultura tra le due guerre, entrambe ricche di eccellenze qualitative di livello internazionale, che solo di recente, dopo oltre cinquant’anni di damnatio memoriae, si riesce faticosamente a far emergere. 


DALLE CULLE VUOTE ALL'INVECCHIAMENTO

Se per l’arte le rivalutazioni (distruzioni di opere a parte) sono anche tardivamente praticabili, vi sono però settori in cui il rimediare a gravi errori e il risalire la china è assai difficile, se non impossibile, per ragioni di carattere temporale. Un esempio che va ormai definito drammatico, autentica tragedia nazionale, è la questione demografica. Sul punto la prima Repubblica rappresenta un incredibile paradosso: essa fu governata da un partito di maggioranza relativa di dichiarata matrice cattolica, paladino, a parole, di valori quali la famiglia e la vita, ma che, nel concreto, si dimostrò affatto alieno dal porre in essere strutture di sostegno alla procreazione e alla maternità, a cominciare dalle più elementari, quali una capillare rete di asili nido, analoga a quella realizzata da un Paese dichiaratamente laico come la Francia. Il timore, pur comprensibile, di confondersi con la forte e, talora ridicola, campagna di sviluppo demografico attuata dal fascismo e, soprattutto, la miopia di fondo della classe dirigente, hanno offerto una fortissima spinta alla denatalità, di cui abbiamo ormai il primato in Europa. 
Non solo: alle culle vuote si giustappone il diffuso fenomeno dell’invecchiamento. Di quest’ultimo non possiamo che rallegrarci, salvo dover però constatare che, unito al primo, esso assesta una botta micidiale alla tenuta di lungo periodo del sistema pensionistico di base, fondato sul metodo tecnico della ripartizione (Enea porta sulle spalle il padre Anchise, ed è seguito dal figlio Ascanio: un’immagine icastica che non credo necessiti spiegazioni). 


LA RICETTA PER IL FUTURO

Per cercare di salvare il (per quanto possibile) salvabile del sistema previdenziale di base, senza dover ineluttabilmente procedere a periodiche correzioni circa il timing di maturazione dei diritti e il quantum delle prestazioni, occorre (detto in pillole e con riserva di maggior approfondimento in altra occasione) quanto segue:
  • una forte, consapevole e sistematica politica di incentivazione alla procreazione diffusa, da assumere quale vera e propria emergenza nazionale (per intenderci: creazione di strutture di sostegno, pubbliche e private; riconoscimento di agevolazioni fiscali diffuse; riqualificazione delle realtà didattiche; servizi diversi di supporto; seria campagna di propaganda culturale per un’Italia pedofila (nel senso filologico del termine));
  • la realizzazione di un disegno non ideologico (non sarà davvero facile!) di inserimento stabile degli immigrati nel contesto produttivo del Paese, con una campagna di qualificazione dell’immigrazione (in altre parole: cerchiamo di attirare dall’estero cervelli e soggetti più acculturati possibile);
  • favorire la costituzione e la capillare diffusione di un sistema di previdenza di secondo pilastro, basato sulla capitalizzazione (per contrastare l’abbassarsi dei livelli delle pensioni ripartitive).

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