GLI INVESTIMENTI DEL DOPO BREXIT

La decisione del voto nel Regno Unito, la complessa situazione di instabilità a livello mondiale e la prolungata fase di tassi bassi rendono sempre più urgente, per le compagnie di assicurazione, la necessità di impiegare le risorse in un’ottica di mitigazione dei rischi. Uno scenario difficile, in cui non mancano le possibilità di scelta

GLI INVESTIMENTI DEL DOPO BREXIT hp_vert_img
Il dopo Brexit, evento a breve accompagnato da ulteriori potenziali turbolenze politiche in Paesi dell’Unione (secondari, come l’Austria, ma anche centrali, come l’Italia) ha determinato una fortissima volatilità dei mercati, non certo calmierata dal rischio terroristico e da altre varie (e gravi) aree di instabilità sparse per il mondo. 

Questa situazione, paradossalmente, offre occasione di parola anche a chi, come lo scrivente, non vantando una particolare qualificazione tecnico-finanziaria, può mettere in campo soltanto alcune modeste dosi di buonsenso, da vecchio badilante della materia. Il senso comune, infatti, finisce di diventare la principale bussola, allorquando strumenti più raffinati segnano il passo, in acque troppo tempestose.
Pur con tutti i numerosi e rilevanti distinguo di contesto giuridico-operativo, propri di ciascun comparto, gli investitori istituzionali di lungo periodo (compagnie di assicurazione, casse pensioni professionali, fondi di previdenza complementare, fondazioni di origine bancaria e non) sono tutti alle prese con una medesima problematica: come impiegare le risorse per consentire alle riserve, o ai patrimoni detenuti, di conseguire rendimenti di misura non meramente simbolica, tendenzialmente stabile, con rischio mitigato. 


LE SOLUZIONI POSSIBILI PER GLI INVESTITORI

Va da sé, che, in primo luogo, vanno valutate criticamente le ordinarie linee di impiego già in corso, ricercando al loro interno, oggi più che mai, ogni utile forma di razionalizzazione. Accanto a ciò, stimo sia ormai ineludibile una forte attenzione nei riguardi degli investimenti cosiddetti alternativi, nelle diverse tipologie da tempo presenti sul mercato, e sino a ora troppo distrattamente considerate. In materia, l’offerta di prodotti è crescente e, spesso, decisamente valida. Certo vi sono soluzioni assolutamente da evitare: innanzitutto quelle per qualsiasi ragione non trasparenti, e quelle con un tasso di rischiosità non compatibile con la missione assicurativa, previdenziale o istituzionale delle diverse entità di cui ho fatto cenno, anche se, ovviamente, assistite da elevate prospettive reddituali. Il profilo dell’illiquidità, tipica degli alternativi, per contro, ha una valenza negativa forse più psicologica che reale e, comunque, ne va valutata l’effettiva rilevanza nella concreta situazione dei patrimoni e delle potenziali esigenze di ciascun investitore. Detto questo, le multiformi iniziative legate al comparto energetico (dalle energie rinnovabili, in tutte le possibili declinazioni tecniche, al tema centrale della riqualificazione degli impianti volta a conseguire forti risparmi), quelle connesse alle ineludibili prospettive di crescente invecchiamento della popolazione (residenze assistite di varia tipologia, presidi medicali in genere e similari strutture), quelle collegate al settore, chiave per il nostro Paese, delle esportazioni, le diverse realizzazioni con sottostanti infrastrutturali, il mondo del private equity, e il settore del credito alle imprese, attraverso una variegata gamma di veicoli, rappresentano tutte opportunità redditivamente assai interessanti per gli istituzionali e, a un tempo, concreti contributi allo sviluppo del Paese stesso.






IMMOBILI, MA NON PER TUTTI

Il tradizionale investimento immobiliare, nelle multiformi modalità in cui oggi si articola, torna a essere interessante in un contesto di bassi rendimenti generalizzati, sebbene esso abbia già un peso sovrabbondante presso talune compagnie di assicurazione e alcuni enti previdenziali, tanto casse professionali, quanto fondi di previdenza complementare preesistenti. In effetti, è il segmento delle compagnie di più recente sviluppo e quello dei nuovi fondi pensione complementari che, in primo luogo, dovrebbe considerare questa classe di investimento, da loro pressoché totalmente negletta, persino derogando al dovere di applicazione di prudenti criteri di diversificazione patrimoniale.
Conclusivamente, in assenza di particolari raffinatezze operative da suggerire, credo di poter tutt’al più ulteriormente consigliare ai responsabili degli investimenti (nella speranza che ciò sia di buon auspicio) periodici pellegrinaggi a Voghera, patria della mitica casalinga, italica vestale dì quel buon senso evocato in premessa.

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