DANNI INDIRETTI, UNA COPERTURA "INCOMPRESA"

Un colpo al cuore dell’attività produttiva può determinare una interruzione d’esercizio, con conseguenze anche pesanti sulla stabilità dell’azienda. Aumentare il livello di protezione da questo rischio sarebbe possibile, se si riuscisse a riequilibrare il rapporto con le polizze per i danni materiali

11/01/2016
👤Autore: Francesco Cincotti, presidente di Aipai Numero Review: 30 Pagina: 14 - 15
L’interruzione di esercizio comporta effetti devastanti per l’azienda, per la quale è opportuno ipotizzare preliminarmente un percorso che preveda il tempestivo ripristino delle funzioni critiche.
Lo scenario assicurativo delle coperture contro i danni da interruzione di esercizio in Europa fa riflettere: nel mercato europeo il 90% delle aziende possiede una polizza per danni indiretti; in Italia la percentuale scende sensibilmente al di sotto del 10%. 
 
Appare quindi importante domandarsi per quale motivo tale copertura abbia una così timida diffusione in Italia. Un interrogativo sul quale riflettere attentamente per poter invertire la tendenza. Le spiegazioni più ricorrenti sono che si tratti di una materia economica complessa oppure di una polizza troppo costosa o poco nota; da non trascurare motivazioni legate a bilanci aziendali poco fedeli.
Eppure la ricerca del Comitato europeo assicuratori (Cea) offre un importante spunto di riflessione: statisticamente, se il danno diretto è pari a 100, il correlato danno indiretto sarà pari a 247. E dunque, nella media europea, il danno indiretto è circa 2,5 volte il danno diretto.
Nella formula (Tdi =TddxK) per la quotazione del tasso danni Indiretti (Tdi) è quindi evidente come figuri il tasso danni diretti (Tdd) come indicatore della probabilità che accada un sinistro, nonché un fattore K di propagazione o amplificazione al quale a sua volta concorrono numerosi parametri tra i quali i turni di lavoro, le lavorazioni in serie o in parallelo, le riserve e i fornitori esteri di parti di ricambio.


GLI EFFETTI SU UTILE E VOLUME D'AFFARI

L’esperienza insegna come l’estensione di una polizza ai danni indiretti permetta all’azienda di colmare la perdita di margine di contribuzione (costi fissi e utile) derivante da interruzioni totali o parziali dell’attività (con conseguente calo o perdita del volume d’affari) a seguito di un evento gravoso che coinvolga fabbricati, macchinari, merci o altro (vedi grafico).
In una situazione di normale svolgimento dell’attività aziendale, al tempo t0 occorre un sinistro che determina l’arresto, poniamo totale (per semplicità) della produzione. A t1 i ricavi di vendita si azzerano esaurendo le scorte disponibili in magazzino. Il fermo dell’attività può comportare effetti di varia natura:
sono effetti transitori quelli che riguardano la riduzione del volume d’affari e del relativo profitto lordo, l’aumento dei costi d’esercizio e le spese extra inedite. 
talvolta i danni sono permanenti, nel caso di perdita di quote di mercato, oppure
contingenti, quando si verificano esborsi per multe o penali contrattuali. 

Un piano mirato di ripristino dei macchinari e delle linee consentirà la ripresa dell’attività produttiva in t2 e delle vendite in t3 fino al raggiungimento del punto t4 di copertura dei costi. In t5 assistiamo al ritorno dell’andamento teorico atteso in assenza di sinistro.


TIPOLOGIE DI COPERTURA

La prima tipologia di copertura è comparsa alla fine del ’700 ed è attualmente in uso. Si tratta della clausola di Indennità aggiuntiva, dove l’assicuratore si impegna al riconoscimento di una determinata percentuale aggiuntiva fissa rispetto al danno materiale; tale forma è caratterizzata da semplicità di calcolo e velocità di processo di indennizzo, ma la percentuale fissa può costituire un fattore di penalizzazione nei confronti dell’assicurata in caso di sinistri gravi.
Una tipologia di copertura successivamente introdotta è la Garanzia diaria che prevede il rimborso di una determinata somma fissa per ogni giorno di inattività aziendale: l’indennizzo è calcolato in base alla durata di effettivo fermo dell’attività. I fattori critici risiedono in una complessità di calcolo nell’applicazione della giusta proporzione in caso di fermo parziale.

La clausola Selling price paga invece il prezzo di vendita dei prodotti finiti, anziché il loro prezzo di costo. Il vantaggio risiede nel fatto che il prezzo di vendita di ciascun bene include la quota di tutti i costi aziendali e l’utile. Questa tipologia può essere applicata solo in caso di danno a merci già prodotte e vendute e non è di alcuna utilità nel caso di fermo conseguente a danni a fabbricati e/o macchinari. 
Alle tipologie di copertura sopra elencate si aggiungono la formula Loss of profit (Lop) e Margine di contribuzione.
Introdotta nel 1899 in Inghilterra la Lop, conosciuta anche come perdita di profitto lordo, rappresenta la prima polizza strutturata per danni indiretti. Per quasi un secolo è rimasta l’unica polizza in grado di coprire in modo analitico i danni indiretti. La polizza a Margine di contribuzione è stata invece presentata in Ania soltanto nel 1994 e realizzata grazie all’intervento di un economista che poco tempo prima, lavorando come perito di parte per un sinistro, aveva constatato i limiti della polizza Lop rispetto al linguaggio contabile nostrano.

Il mercato estero, nel frattempo, si muove verso coperture sempre più raffinate e aderenti ai nuovi scenari di globalizzazione, e in specie di vulnerabilità delle supply chain. Spesso si parla di Contingent business interruption (Cbi), garanzia legata alla catena produttiva e utile per ridurre l’impatto finanziario di eventi che possono accadere al di fuori del controllo dell’azienda assicurata, ma che incidono negativamente sulla stessa.
Di fatto la copertura danni indiretti salva la vita dell’azienda. Ci domandiamo se non valga la pena che l’azienda sopporti franchigie e limiti di indennizzo un po’ più severi sui danni materiali, e che la relativa quota di premio così risparmiata sia invece investita sulla garanzia danni indiretti.


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